Ci sono storie che rischiano di rimanere nascoste tra le stradine delle città dove sono nate e, invece, meritano di essere raccontate e fatte conoscere per regalare spunti di riflessione ed essere fonti di ispirazione.
Incontro Gio.K, all’anagrafe Emanuela Aquilino, ad Alberobello.
In una giornata di fine estate, mi ritrovo quasi per caso nuovamente in questo borgo dall’atmosfera fiabesca.
Durante questa mia estate pugliese ci sono stata diverse volte, ma in quel pomeriggio di fine settembre, caratterizzato da grandi nuvole bianche che scorrono lente in cielo, la calce bianca che riflette i pochi e timidi raggi di sole, mi ritrovo a camminare nel Rione di Aia Piccola, quello più autentico di Alberobello, formato da quasi 400 trulli, quasi nessuno adibito ad attività commerciale, quando, ad un tratto, mi fermo ad ascoltare Giò.K, proprio fuori il trullo appartenente alla sua famiglia, mentre chitarra alla mano intona alcune canzoni popolari.
Credo che sia la forza della Buena Onda che ti porta, in quel preciso momento, ad incrociare il cammino di persone che credono fortemente che “il mondo è nella mani di coloro che hanno il coraggio di rischiare e di correre il rischio di vivere i propri sogni” (Paulo Coehlo).
E così, una volta tornata a casa, decido di farmi raccontare la sua storia e di come stia portando avanti un personale progetto di diffusione della musica popolare di Alberobello.
E’ stato necessario inseguirsi per qualche settimana, per precedenti impegni, non riuscivamo a ritagliarci un momento al telefono.
Appuntamento alle 6 del pomeriggio di un venerdì di metà ottobre, su WhatsApp.
Grandi occhiali da vista sul naso, camicia bianca con inserti ricamati sulle spalle, un ciondolo nero al collo.
E’ molto diversa dal giorno che l’ho conosciuta.
Quando si esibisce, infatti, predilige un look total balck ed indossa, spesso, occhiali da sole e un cappello nero a tesa larga, accessori all’inizio utilizzati per timidezza, ma divenuti, poi, l’essenza della sua personalità, del suo stile: uno stile unico ed a tratti un po’ misterioso.
Cantante, musicista, scrittrice (ha pubblicato “Chi sono. Chi non sarò” per AGA Editrice), ma anche disegnatrice di gran talento, non è facile descriverla con una sola parola.
Si veste col suo miglior sorriso e inizia a raccontarsi, partendo proprio dalla cosa che mi aveva incuriosito non appena ci siamo conosciute, il suo nome d’arte, Giò.K.
“Il nome” mi spiega “nasce dall’intercalare con la quale era solita chiamarmi mia nonna di origine calabrese, era di Cirò. Sin da piccola, infatti, mi chiamava Gioia. L’aggiunta della lettera K ha un significato personale che preferisco resti un segreto”.
In fondo credo che la scelta di un nome d’arte sia una concessione per dimostrare a stessi e agli altri che siamo liberi di essere chi vogliamo.
Giò.K si prende il tempo per raccontarsi, senza fretta.
“Quello che faccio a livello musicale” mi spiega “è un buon 80% musica del Salento, anche se io non sono effettivamente salentina, però, non deve mai mancare la musica di Alberobello, della mia terra d’origine. Diciamo che, all’inizio, il fatto di esibirmi tra le strade di Alberobello o fuori al trullo, dove ci siamo conosciute, è una cosa nata un poco per gioco, anche se la musica mi è sempre appartenuta. Letteralmente” continua “un giocare che, poi, ha lasciato posto a questa passione che ho sempre avuto. E poi, ho voluto togliere un tabù legato al fatto che la musica popolare è spesso considerata, passami il termine per vecchi. Questo credo sia riconducibile al fatto che la fisarmonica, strumento tipico della musica popolare, è suonata di solito da persona di una certa età”.
Sono sempre stata affascinata dagli artisti di strada perché il suonare per strada trascende il tempo, il luogo e la cultura e ci ricordano che l’arte appartiene a tutti.
Eppure Giò.K non ama definirsi un’artista “io mi definisco semplicemente una persona che si diverte con quello che fa. Probabilmente è una cosa che mi è stata inculcata fin da piccola, il termine artista di solito veniva utilizzato per riferirsi ai grande nomi del passato,” che spesso raggiungevano la fama solo dopo la loro morte.
“E poi” precisa “ho come l’impressione di rubare il titolo a qualcuno, perché io non ho un titolo, anche se so, che potrei essere definita un’artista, perché comunque faccio questa “professione”, però la vedo una cosa troppo grande per me, troppo altisonante”.
E’ una cosa rara il modo in cui si descrive Giò.K, in un mondo in cui le persone amano fregiarsi di titoli, come se quell’etichetta riuscisse a definire chi sono, senza la capacità di mostrare chi sono davvero attraverso la propria arte, l’unico modo attraverso il quale si può davvero parlare di una persona.
Giò.K è molto orgogliosa delle sue origini, eppure si rende conto che, spesso, chi visita Alberobello non conosce davvero la sua storie e le sue tradizioni.
“E’ vero” precisa “di solito viene raccontata la storia del conte” (Giangirolamo II Aquaviva d’Aragona, detto il Guercio, conte di Conversano n.d.r.) “a cui si deve la fondazione di Alberobello e delle sue tipiche abitazioni: i trulli”.
Il quale, sebbene fosse un fermo sostenitore della corona spagnola, trovò uno stratagemma per raggirare un editto reale che imponeva il pagamento di tributi per ogni nuovo insediamento urbano.
Fece, perciò, costruire un agglomerato di piccole case usando solo pietra calcarea, a secco, senza utilizzare alcun tipo di malta.
In tal modo quando l’emissario del re arrivava per riscuotere le tasse sugli immobili, bastava togliere la chiave di volta e i trulli si trasformavano in cumuli di pietre, che, prontamente, dopo il suo passaggio potevano essere ricostruiti con le stesse pietre.
“Soprattutto quando trascorri una giornata davanti al trullo” riflette Giò.K “ti passano davanti, in media, 15 gruppi con 15 guide. Tu senti 15 storie diverse di Alberobello e questo ti lascia, a volte, un po’ confusa,” ammette sorridendo “però, credo che sia anche questo il bello. Si racconta di tutto, non raccontando praticamente niente. Io attraverso la musica popolare, un patrimonio inestimabile, tramandato di generazione in generazione, spesso solo oralmente, voglio far conoscere il passato di Alberobello, analizzandolo da una diversa prospettiva, in un contesto diverso, attraverso la sua musica.”
“Credo che sia bello avere un mezzo, in questo caso la musica, per scoprire le proprie origini perché non puoi sapere dove stai andando se non sai da dove sei partito: noi non siamo nulla senza il nostro passato”.
Nelle parole di Gio.K si percepisce soprattutto un bisogno di un ritorno alle proprie tradizioni, un desiderio legato alla necessità di valorizzare, ciò che intimamente le appartiene e che nel passato è stato fin troppo trascurato.
Spesso, infatti, si è considerato erroneamente che la musica popolare pugliese, che affonda le sue radici nell’antica Magna Grecia e si fonde con quelle delle popolazioni locali utilizzando strumenti tradizionali come il tamburello e la fisarmonica, unitamente alla voce umana, sia solo la pizzica e, invece, vi è anche la musica di Alberobello e più in generale della Valle d’Itria.
“Forse” aggiunge “perché la pizzica ha alle spalle una storia più affascinante, legata al morso del ragno. Deriva dal verbo pizzicare che significa pungere e si riferisce alla convinzione,” legata a rituali curativi tramandati, a partire dal basso Medioevo “che la persona pizzicata dalla tarantola, il cui morso procurava convulsioni, potesse essere curata solo attraverso una danza, caratterizzata da movimenti spasmodici. Seguendo il ritmo della musica, prodotta da fisarmoniche e tamburelli, all’inizio lento poi mano a mano sempre più veloce, fino a diventare frenetico. Il ritmo del tamburello” continua “viene, infatti, definito terapeutico perché mano a mano che lo esegui, sembra rimarcare il ritmo del cuore. Quindi più la musica diventa veloce, più i movimenti diventano veloci, più la persona morsa dalla tarantola suda e, di conseguenza, la gente del posto credeva che attraverso il sudore venisse buttato all’esterno anche il veleno del ragno. Il processo si poteva ritenere concluso quando la persona colpita cadeva a terra, esausta: era il segno che il veleno aveva perso il suo effetto”.
Secondo le antiche leggende locali, il tarantismo colpiva soprattutto le donne contadine le quali mentre erano impegnate nel lavoro nei campi di tabacco, ma non solo, venivano pizzicate dalla taranta, il cui veleno dava origine a movimenti incontrollati, rievocati nella danza.
“La leggenda popolare della pizzica” aggiunge “si intreccia, anche, con la religione cristiana ed in particolare con San Paolo”. Ed è proprio a Galatina (comune della provincia di Lecce) che San Paolo avrebbe affidato a un uomo, che possedeva un pozzo e ai suoi eredi, la capacità di guarire dal morso della tarantola. Ancora oggi il 29 giugno, giorno della ricorrenza liturgica in onore del Santo, in Salento si festeggia la Notte della Taranta, (nella lingua salentina “taranta” significa tarantola) una secolarizzazione, ovvero una sottrazione dell’antico rito all’osservanza religiosa, le strade si riempiono di gente per rievocare i riti di liberazione delle donne morse dalla tarantola.
“Per molto tempo il tarantismo”, mi spiega “è stato paragonato ad una forma di isteria causata proprio dal veleno”. È solo, però, verso la metà del Novecento “che si è iniziato a considerare la pizzica una sindrome culturale, che nasce non da un morso di un ragno, bensì come manifestazione di un conflitto latente delle donne alle quali era preclusa ogni tipo di libertà. Un modo per comunicare un disagio culturale ed affermare la propria esistenza, uno sfogo contro una società rigidamente patriarcale.”
Le donne del tempo, infatti, erano costrette ad una vita di fatica nei campi, alla cura dei figli e della casa, assoggettate ai padri prima ed ai mariti dopo. Erano private non solo di qualsiasi potere decisionale, ma anche di qualsiasi forma di libertà, tra cui quella di esprimere i propri bisogni.
“La pizzica, quindi,” mi spiega Gio.K “nasce sostanzialmente come musica terapeutica, legata alla cura”.
Negli ultimi anni, si è assistito ad una vera e propria rinascita della pizzica non solo in Puglia, ma anche in altre regioni d’Italia e a livello internazionale. Oggi, durante le esibizioni nelle piazze e sui palchi si assiste, però, sempre meno all’antica danza terapeutica, a favore della “pizzica pizzica”, una danza principalmente in coppia, non necessariamente tra uomo e donna. Non nasce, infatti, come danza di corteggiamento, ma come danza ludica dei momenti di festa e di convivialità sociale, ballata in occasioni legate al mondo contadino come il raccolto e la mietitura.
“La musica popolare di Alberobello” afferma Giò.K “è, invece, legata esclusivamente ad un momento di festa, di divertimento”.
Sebbene nel 1797, grazie ad un decreto emanato dal re Ferdinando IV di Borbone, Alberobello divenne città regia e indipendente, libera dalla servitù feudale dei conti di Conversano, le condizioni economiche dei suoi abitanti continuavano ad essere precarie.
“Ciò comportava che non si sentivano veramente liberi, si tenevano, perciò delle feste, durante le quali veniva suonata la musica popolare, un modo per poter affermare che almeno in quel momento, in cui si divertivano, erano effettivamente liberi”.
Ci si può rendere conto delle differenze tra la pizzica e i canti popolari di Alberobello anche ad un primo ascolto, dal dialetto utilizzato.
“L’accento del Salento è totalmente diverso da quello di Alberobello, molto più dolce, molto più comprensibile, invece, quello nostro” mi spiega Giò.K “è molto più stretto, a volte, per comprendere il significato di una parola devi andare a leggere l’intera frase”.
“Si possono” aggiunge “notare, anche, delle differenze nei movimenti delle danze che accompagnano le due diverse musiche: nella pizzica i movimenti ricordano le convulsioni, i gesti stanno a mimare lo schiacciare del ragno, la danza di Alberobello ha, invece, come movimento principale il battere a terra il piede, che sta a simboleggiare la pigiatura del vino durante la vendemmia.”
Nelle musiche, nei canti e nelle danze è, infatti, illustrata la storia del popolo alberobellese, spesso ispirati ai lavori nei campi: vi è una circolarità nella musica popolare che riconduce all’alternarsi delle ore di luce a quelle di buio.
“Quella che ti avevo cantato l’altra volta, ad esempio, si chiama L’amore in Vigna (L’Amàur ìnd a vin)” mi spiega “racconta di stralci di vita, di due giovani che trascorrono tutti i giorni a lavorare all’interno di una vigna e l’unica opportunità che hanno di stare insieme, è durante il momento del pranzo, quando non lavorano”.
“Eppure nonostante la musica popolare alberobellese venisse suonata nelle feste che si svolgevano nelle aie delle masserie alla fine della mietitura e della vendemmia quando, dopo lunghe e pesanti giornate di lavoro, ci si riuniva per ritemprare lo spirito con cibo, vino, canti e balli tradizionali, la maggior parte dei canti” mi confessa Giò.K, “presentano dei testi goliardici a doppio senso che per generazioni sono stati tramandati solo oralmente”.
Si interrompe un attimo, sparisce dall’inquadratura e riappare con in mano un piccolo libretto ,“Il Canzoniere”, ad opera del Gruppo Folkloristico “Città dei Trulli” che racchiude non solo le parole, i versi, ma anche le musiche, gli spartiti della musica popolare alberobellese. Un’opera nata per tramandare alle nuove generazioni questo immenso patrimonio culturale che rischiava di scomparire nelle pieghe del tempo.
Soprattutto in un’epoca, come la nostra, in cui è sempre più difficile trovare giovani che abbiano quella sensibilità che permetta loro di appassionarsi alla musica popolare; Giò.K ritiene che la musica di Alberobello sia una buona occasione per avvicinare i giovani al folklore e per far riscoprire loro il valore delle tradizioni.
Un modo per compiere un viaggio attraverso la storia di uno dei borghi più affascinanti al mondo.
“Il mio scopo” mi spiega “è quello di mantenere vive le tradizioni, perché appunto, come dicevo prima, non puoi andare avanti se non sai da dove vieni. E, anche, perché, comunque, è bello conoscere un luogo, in questo caso Alberobello, attraverso canzoni che ha fatto la sua storia. Il folklore fa parte della storia, quindi, sì, anche storia e leggenda vanno di pari passo all’interno di questo tipo di musica”.
Tra le stradine di Alberobello Giò.K esprime la sua arte davanti a un pubblico eterogeneo che, a volte, passa accanto a lei quasi distrattamente, forse rapito dalla bellezza del luogo in cui si trova, un paesaggio da fiaba che riempie gli sguardi di ammirazione.
Altre volte si raduna, intorno a lei, una piccola folla alla quale regala emozioni: solo attraverso voce e chitarra o il suo inseparabile tamburello.
“Nell’ambito della musica popolare” mi confessa “quello che ricevi, a livello emotivo, quello che riesci a percepire dalla reazione della gente è superiore a quello che puoi guadagnare da un punto di vista economico. Ogni volta che canti una canzone devi scavare nella storia, il perché è stata scritta, a cui si aggiunge lo stato d’animo in cui ti trovi tu, mentre stai cantando, che può cambiare totalmente il modo in cui la stai interpretando”, perché solo in questo modo si riescono a trasmettere delle emozioni.
Giò.K riesce ad incanalare le sue emozioni attraverso la musica, suona per il piacere di farlo, per emozionare, ma soprattutto per emozionarsi.
“Quando mi esibisco fuori al trullo riesco proprio a percepire l’energia della musica” confessa candidamente “che si forma in quell’attimo preciso: ogni volta è diversa. La musica popolare si chiama così, perché è del popolo, quindi, di tutti. Appartenendo a tutti, tutti possono prendere parte ad una stessa festa, sì, perché ogni volta che mi esibisco diventa una festa. Questo significa che tutti possono godere della musica: può parteciparvi chi è bravo, ed io sono la prima che gli passa il tamburello a chi vuole accompagnarmi, ma anche chi non sa suonare o cantare”.
La musica è di tutti, non vi sono differenze, è come se in quel momento si creasse un filo invisibile che unisce tutti i presenti.
“Esibirmi” aggiunge “mi regala sempre belle emozioni, perché chi si ferma ad ascoltarmi è perché davvero interessato, altrimenti passa oltre, ogni volta per me è un regalo. Spesso mi viene detto che ho talento, ovvio fa piacere ricevere frasi di apprezzamento, ma alcune volte possono anche essere solo dei falsi complimenti, invece, la lacrima non la puoi forzare. Quindi, se vedo una persona che effettivamente si ferma lì e si commuove ascoltandomi, capisco che è stata grazie alla mia musica, gli sono arrivate delle vibrazioni, quelle che ricevi da chi sta suonando, quelle che ti colpiscono perché quella canzone è come se fosse stata scritta per te”.
“La musica per me è stata una salvezza” mi confessa “non solo mi ha aiutata a superare momenti bui, ma mi è servita anche per crescere come persona e mi ha aiutato ad interfacciarmi con la gente. Se venivi ad Alberobello qualche anno fa io ero la tipica persona che, mentre tu entravi a visitare il trullo di famiglia, io uscivo dall’altra parte, non ti rivolgevo neppure la parola, perché mi vergognavo”.
Giò.K inizia, poi, a raccontarmi di come la musica riesca a superare le barriere linguistiche.
“Una delle pizziche più famose, che hai avuto modo di ascoltare la volta che ci siamo conosciute” continua “è Lu rusciu de lu mare (Il Rumore del mare) è un antico canto narrativo del repertorio tradizionale del Salento,” nato a Gallipoli molti secoli fa, “che narra l’amore impossibile tra una nobildonna, figlia del re, ed un soldato,” una storia osteggiata, perché considerata inconcepibile a causa della appartenenza dei due giovani a ceti sociali diversi.
Il ritmo di questa pizzica, tipicamente lento all’inizio e più cadenzato nella parte finale del brano, lo rende perfetto per essere interpretata.
“Voglio raccontarti un episodio legato proprio a questa canzone che ti dimostra che la musica arriva a chiunque ed emoziona. Un giorno mentre mi esibivo fuori al mio trullo, si ferma una signora ad ascoltarmi, dopo pochi istanti, inizia a piangere, non era italiana, quindi non capiva cosa stessi dicendo, visto che cantavo in dialetto. Però, a quanto pare qualcosa effettivamente aveva recepito, quel velo di tristezza della canzone. Perché quella canzone parla di un amore impossibile tra una principessa e un soldato. Una storia che ha come sfondo un’epoca in cui nessuno poteva sottrarsi ai propri doveri. Nella canzone Spagna e Turchia vengono menzionate per mettere in evidenza l’impedimento forte che i due innamorati avevano nel vivere la loro relazione, così forte da ricordare il conflitto tra turchi e spagnoli. Non appena” continua Giò.K “ho visto la signora iniziare a piangere mi sarei potuta interrompere, ma ho preferito continuare a suonare perché nonostante le lacrime mi sorrideva,” quella pizzica era stata in grado di toccare le corde più profonde della sua anima.
Parlando con Giò.K ho la sensazione di trovarmi davanti una ragazza che ama profondamente la musica e nonostante sia un’autodidatta, che ha iniziato guardando video e tutorial in internet, vuole ogni giorno migliorarsi.
“Ho cominciato a studiare per conto mio e, piano piano, ho ampliato il mio repertorio che oggi è formato da una trentina di pezzi musicali, è vero, possono non sembrare molti, ma ognuno ha il suo peso culturale”.
“E poi” ammette sinceramente “un bagaglio culturale te lo fai con il tempo, soprattutto frequentando le feste popolari, sentire come vengono cantate certe canzoni, vedere il modo in cui vengono suonano gli strumenti, questo mi ha aiutata davvero tanto. Ed io, poi, ho iniziato da troppo poco tempo, la mia prima esibizione su un palco risale al 24 agosto 2019”.
“Sto seguendo molto una cantante di Santa Maria di Leuca, Rachele Andrioli (cantautrice e polistrumentista, che negli ultimi anni ha acquisito un ruolo importante nell’ambito delle nuove proposte artistiche pugliesi n.d.r.), lei non fa solo musica popolare tradizionale, ma propone anche suoi brani, frutto di ricerca musicale sul territorio. Ho avuto la possibilità di incontrarla due, tre volte ed ogni volta è stata una un’emozione diversa, probabilmente perché mi sono resa conto di essere davanti a qualcuno che considero un maestro. Se penso, invece, alla musica italiana, una delle mie cantanti preferite è Paola Turci. Nonostante ammiri entrambi, da un punto di vista musicale, non voglio assomigliare a loro, rischierei di sfociare nell’imitazione, magari becera, ma voglio imparare da loro, cercando, però, di mantenere sempre la mia dimensione”.
Mentre l’ascolto parlare, con quella luce negli occhi di chi ha intrapreso un viaggio nella musica popolare, una continua scoperta che, giorno dopo giorno, l’arricchisce come persona, mi tornano alla mente le parole di Franco Battiato “per essere un artista libero e un uomo libero, il segreto è imparare a scardinare l’arte dal fine”.
In fondo un artista è un uomo libero, quando vede oltre, quando vive tutte le stagioni della vita, quando butta continuamente il cuore oltre l’ostacolo, riconosce un valore alle cose e alle persone, senza mai dimenticarsi chi è e da dove è partito.
Le domando se si riconosce in queste affermazione e lei, dopo aver alzato gli occhi al cielo, ci pensa un attimo e ammette “prevale in me l’idea della musica come salvezza per se stessi, soprattutto nell’ambito della musicoterapia. Ma non sarei del tutto sincera se ti dicessi che non ho un obiettivo che trascende dalla musica in sé, ad esempio mi piacerebbe un giorno esibirmi e cantare insieme ad Rachele Andrioli. E poi,” continua “mi piacerebbe comporre delle mie canzoni nel dialetto di Alberobello, ma per il momento la considero una cosa ancora troppo difficile, al di là delle mie attuali capacità. Soprattutto perché non parlo fluentemente il dialetto e, poi, cantarlo è diverso dal parlato. Sono dell’idea che se vuoi fare un qualcosa, devi dimostrare di saperla fare bene, non puoi semplicemente provarci“.
Una canzone scritta da Giò.K esiste già, però, non è legata alla musica popolare, bensì alla tematica della lotta al bullismo, la stessa che ha ispirato anche il suo libro.
Per Giò.K esibirsi è, oggi, una necessità che le permette di essere libera, di affermare la sua personalità, un modo per riconnettersi con la tradizione.
E’ per questo che se passate per il rione di Aia Piccola magari la potrete incontrare lì, che chitarra alla mano, suona un canto popolare per emozionare, ma soprattutto per emozionarsi, con la profonda convinzione che solo in questo modo potrà contribuire a mantenere vivo quel passato fatto di tradizioni che appartengono alla sua terra: Alberobello.
Emanuela Aquilino
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