Giovanni Volonté: un atleta, un viaggiatore, un crossfitter


Come scrisse lo scrittore americano John Steinbeck “le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”. 

Ogni viaggio non è solo un movimento nello spazio fisico, che da un punto A  a un punto B, ma è un vero e proprio percorso interiore, che ci migliora come persona.

Il vero viaggio è, infatti, quello che facciamo dentro noi stessi, non solo quando siamo in giro per il mondo, ma anche quando rimaniamo a casa. 

Il viaggio cambia il modo in cui affronti la tua quotidianità, viaggiare, ti spinge, anche, nella vita di tutti i giorni a muoverti verso l’ignoto, a uscire dalla propria comfort zone, a superare i propri limiti. 

Il viaggio ti insegna a credere in te stesso, ti insegna che per raggiungere una destinazione dovrai impegnarti, potrà capitare che ti ritroverai ad incontrare ostacoli, ma l’importante è lo spirito positivo con il quale reagisci agli imprevisti.

Chi affronta la vita con una mentalità da viaggiatore, non ha paura di cambiare le proprie idee, le proprie abitudini.

E i viaggiatori, anche se non sono in viaggio, si riconoscono proprio per quel modo in cui si approcciano alla vita che li differenzia dal semplice turista. Il viaggiatore è una persona estremamente curiosa che ha sempre voglia di imparare, non si limita ai preconcetti, non giudica qualcosa a priori se prima non l’ha sperimentata.

E, così, quando sento parlare di Giovanni Volonté, per quella irrefrenabile curiosità che da sempre mi contraddistingue, decido di contattarlo per farmi raccontare la sua storia di sportivo, ma soprattutto di viaggiatore.

Incontro Giovanni Volontè (detto Gianni) nel suo box di CrossFit a Mentana, una cittadina a circa 20 Km da Roma, il cui centro storico è considerato uno dei borghi più belli del Lazio.

Nonostante la giornata sia nuvolosa e il cielo minacci pioggia, il box, il grande capannone dove si svolgono le sessioni di allenamento, è un ambiente luminoso e accogliente. Non è la classica palestra, ma un open space con soffitto alto e pavimento gommato, non vi sono macchinari, ma bilancieri, manubri, dischi, palle mediche e rigs con anelli e corde da arrampicata.

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Il termine box, così viene chiamato in gergo la palestra dove si pratica CrossFit, deriva dal fatto che inizialmente questa disciplina veniva praticata nei garage, in luoghi di riutilizzo, spesso non pensati per l’esercizio fisico.

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Abbigliamento sportivo, cappellino da baseball e un sorriso contagioso. 

Giovanni è una persona che, fin dalle prime parole, trasmette la passione e l’entusiasmo che ogni giorno mette come coach, ma anche il suo profondo amore per lo sport. Ha alle spalle un passato da atleta che l’ha visto partecipare, anche, ad alcuni dei più impegnativi trail del mondo.

Classe 1968, si appassiona allo sport, già da bambino, fino a farne uno stile di vita.

Sceglie la strada dell’Istituto Superiore di Educazione Fisica, il vecchio ISEF, divenuto, oggi, la Facoltà di Scienze Motorie.

Dopo anni, duranti i quali si dedica a gare come atleta professionista, prima di pentatlon e successivamente di triathlon, abbandona le competizioni per dedicarsi alla formazione e alla divulgazione come personal trainer, conseguendo diversi master trainer nazionali ed internazionali, soprattutto negli USA.

La voglia di mettersi continuamente alla prova, di sfidare i propri limiti, lo avvicina, poi, a numerosi sport tra cui Windsurf, Surf, Sci, Snowboard, Free Climbing, Ciclismo, ma anche Golf, fino ad abbracciare il CrossFit di cui consegue le certificazioni ufficiali come CrossFit Livello 1 (CF-L1) e CrossFit Livello 2 (CF-L2) oltre a quella di CrossFit Endurance (un programma di allenamento, di tipo aerobico, per sport di resistenza, orientato verso il miglioramento delle prestazioni e della resistenza, ottimizzando l’impiego dell’ossigeno).

L’amore per l’avventura lo spinge, poi, a tornare nell’ambito delle competizioni per partecipare come ultramaratoneta ad alcuni dei più impegnativi trail del panorama internazionale come la Boa Vista Ultra Trail (l’ultramaratona più originale al mondo, che si svolge sull’Isola di Capo Verde: 150 Km tra dune del deserto, passando per le spiagge interminabili affacciate sull’oceano, attraversando paesaggi lunari) oppure l’Ecotrail de Paris Ile-de-France, un tracciato di 80 km caratterizzato da continui saliscendi, ma anche polvere e vento, caldo e freddo, oltre ai quasi 400 scalini finali che separano dall’arrivo fissato al 1° piano della Torre Eifell.


Non solo trail internazionali, ma anche nazionali, non per questo meno affascinanti ed impegnativi come la Lavaredo Ultra Rail (il sogno di tutti i trail runners che si svolge in uno dei paesaggi più suggestivi delle Dolomiti, Cortina d’Ampezzo); la Tuscany Crossing (un trail di 100 km nella Val d’Orcia); i Pionieri del Gran Sasso (una gara nota non solo per i meravigliosi panorami sulle più belle montagne d’Abruzzo, ma soprattutto per le continue salite e discese che contraddistinguono i 56 KM del trail) o il Trail del Malandrino (un percorso che si svolge sui sentieri d’alta montagna dell’Appennino Tosco emiliano. Un percorso impegnativo di oltre 70 Km, con 4800 metri di dislivello, una corsa all’interno della storia per rivivere le avventure dei contrabbandieri che, nel cuore della notte, trasportavano il sale dal versante emiliano a quello toscano. Oggi come allora la partenza avviene in notturna per, poi, arrivare all’Abetone entro il pomeriggio).

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Boa Vista Ultra Trail – Capo Verde
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Boa Vista Ultra Trail – Capo Verde

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Il traguardo della EcoTrail di Parigi: al 1° piano della Torre Eifell

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Lavaredo Ultra Trail

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“I pionieri del Gran Sasso” – Ultramarathon Trail – Abruzzo

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Panorami sulle più belle montagne d’Abruzzo

Per oltre vent’anni, come personal trainer, Giovanni gestisce una palestra, fino a quando scopre il CrossFit, inizialmente come atleta, per, poi, aprire un suo box nel 2014, prima nel centro di Mentana e, successivamente, nel 2017, vista la necessità di avere a disposizione uno spazio più grande, l’attuale, situato nella zona industriale di Mentana.

Chiacchierando con lui, è sufficiente guardarlo negli occhi per cogliere quell’irrefrenabile voglia di avventura.

Nel suo tono di voce si palesa l’entusiasmo genuino di chi ogni giorno mette passione in ciò che fa, perché coach Gianni, così lo chiamano i suoi allievi, crede fortemente nel cambiamento, crede che i limiti esistono solo nella nostra mente e possono essere superati.

E, così, davanti una tazza di caffè, con tono pacato, ma deciso, Giovanni inizia a raccontarsi.

Sono nel mondo del fitness dal 1988, dal mio primo anno dell’ISEF, è passata tanta acqua sotto i ponti. Vengo da un passato di sportivo” mi racconta, “perché sono un ex nazionale pentathlon moderno, poi sono stato un professionista di triathlon, ho sempre fatto sport, sport vero, a livello agonistico o per diletto, quindi anche solo per passione”.

“Mi piace un po’ tutto ciò che è movimento” mi spiega “sono curioso, mi reputo un curioso del corpo umano e dello sport. Quindi, comunque, devo provare. Poi c’è lo sport che mi è piaciuto di più, quello che mi è piaciuto di meno”.


“Solitamente le cose che mi son piaciute di più sono sempre quelle che hanno quel pizzico d’avventura come potrebbe essere il windsurf, il surf da onda che poi mi hanno portato anche a viaggiare. Perché, comunque, qui da noi ci sono alcune situazioni, anche a livello meteorologico, che non ti permettono di praticare certi sport, mi riferisco al surf da onda o al windsurf. Quindi sei costretto ad andare in determinati luoghi dove sai che da mattina a sera, trovi le condizioni meteorologiche adatte, anche se lo pratichi per un mese all’anno, sai che in quei luoghi troverai sempre il vento o le onde. Puoi cimentarti in qualcosa anche a livello agonistico vero e proprio. Quindi mi spostavo, viaggiavo, in funzione di quelle che erano le competizioni”.

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“Devo ringraziare i miei” mi confessa “se lo sport è diventato parte della mia vita, perché mi hanno permesso di fare tante esperienze, come per esempio l’andare in montagna. Mi piace camminare in montagna, mi piace sciare, basta che facciano due fiocchi di neve e subito parte il tam tam con gli amici Allora quando andiamo? Che cosa facciamo? Pronti, si parte, via!  Quindi siamo sempre sul piede di guerra per fare un qualcosa, è come se avessi il fuoco sotto la sedia, non riesco a stare fermo più di tanto”.

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Giovanni è un atleta eclettico, che viene dal fitness tradizionale, “per vent’anni ho avuto una palestra normale, diciamo così, una palestra di 1200 mq, classica con sala pesi e tre sale corsi. Sono stato un presenter internazionale” aggiunge “di aerobica, step e spinning. Sono stato tra i primi, forse 5 insegnanti di spinning in Italia nel 1993, disciplina che scoprì “quando andai per la prima volta negli Stati Uniti, in Italia, l’ufficialità è avvenuta solo nel 1996”.

Per Giovanni sport e viaggi sono da sempre un connubio perfetto che ha tante sfaccettature.

“Quando lavoravo e arrivava l’estate, quel mese che qua in Italia era vacanza, andavo a Los Angeles un po’ per imparare nuove discipline, un po’ per lavorare. Andavo lì, soprattutto, per fare esperienza, perché ovviamente il fitness è nato tutto lì”.


Ed è proprio durante un viaggio negli USA che conosce il CrossFit (un vero e proprio sport, oltre che un programma di sviluppo della forza e condizionamento funzionale).


“All’epoca, nel 2013, ero già coach di CrossFit, però, avevo ancora la palestra normale, alcuni esercizi non li potevo far eseguire dalle persone che seguivo perché ovviamente in palestra avevo il parquet. Se avessero buttavo i pesi per terra avrebbero creato delle voragini” mi confessa ridendo.


Giovanni, però, si rende conto che utilizzando alcune delle metodiche del CrossFit con le persone che seguiva, come personal trainer, incominciava a vedere che queste miglioravano in maniera esponenziale, a differenza di quelle a cui faceva seguire una classica scheda.


“Benché le seguissi molto bene, non miglioravano con la stessa velocità o quantomeno non riuscivano a progredire. All’epoca partecipavo alle gare di corsa in montagna e, decisi, quindi, di applicare le stesse metodologie anche su di me” benché avesse dei dubbi “perché pensavo che potessero rallentarmi o appesantirmi, invece, vidi che l’anno successivo su una gara di 100 km impiegai quattro ore di meno.” 

Aveva ottenuto questi risultati correndo di meno, divertendosi di più.

“E, così, decisi di chiudere la palestra normale e di aprire la palestra di CrossFit, mi sono buttato proprio a capofitto.”

Per alcuni potrebbe essere considerata una scelta azzardata lasciare un’attività avviata, quella della palestra tradizionale, per avventurarsi in uno sport all’epoca ancora poco conosciuto in Italia. 

Il boom di CrossFit avvenne in America a metà degli anni 2000 ed in Italia si comincia a parlare, solo, intorno al 2008”.

“Ho sempre bisogno di un qualcosa, di avere, nella vita, qualche stimolo, sarà forse perché avendo sempre fatto sport a livello agonistico, devo avere un obiettivo.” 

Perché un atleta professionista può anche smettere con le competizioni, ma di fatto non smette di avere la mentalità da atleta.

“E’ un po’ come quando finisci una gara che già stai pensando alla prossima. Anche se” ammette sorridendo “mentre stai facendo quella gara continui a ripetere a te stesso Ma chi me l’ha fatto fare oppure Basta oggi è l’ultima gara, poi ti ritrovi a tre quarti della gara e dici Però la prossima sarebbe quella. Un gara tira l’altra”.


Una delle diverse sfaccettature del connubio tra sport e viaggi è anche questo “alla fine di una gara sportiva è come alla fine di un viaggio” mi confessa Giovanni “pensi questo è l’ultimo, poi già ti ritrovi a  pensare al viaggio successivo, dove andare, dove non andare”. O dici questo è l’ultimo viaggio che faccio da solo perché è meglio quando hai tutto organizzato, ma, poi, non ce la fai ad avere un tabella di marcia con i tempi serrati”.

Abbiamo iniziato a parlare della sua storia come sportivo, per ritrovarci, poi, a chiacchierare di viaggi.

“Non mi è mai piaciuto il viaggio organizzato” mi confessa “ho sempre preferito l’auto organizzazione, per così dire, scegliere io dove andare, in quale posto, se mi piace bene, se non mi trovo bene in quel posto, che può essere legato alla bellezza del posto stesso o alle persone che incontri in viaggio, mi sposto senza problemi”.


“Ti faccio, un esempio, qualche settimana fa ero con mia moglie a New York, per svago e lavoro, non ero mai stato nella costa est degli Stati Uniti e visto che ci trovavamo lì nella giornata dell’accensione dell’albero di Natale, avevamo deciso di assistere alla cerimonia, ma, poi, per una serie di motivi tra cui una grande quantità di persone che si erano riversate nella zona anche in concomitanza delle manifestazioni pro-Palestina e anti-Israele abbiamo deciso di andarci la sera dopo quando l’albero sarebbe già stato acceso, ma non per questo meno bello. Viaggiare ti insegna, anche, questo ad adattarti al momento”.


“Quando in viaggio entri in contatto con una moltitudine di persone ti aiuta, poi, ad avere una visione un po’ più completa e ti permette di affrontare anche la quotidianità in maniera differente, di adattarti ed aggiustare il tiro di volta in volta”.


Credo che, in fondo, gli sportivi come i viaggiatori siano dei sognatori.


E’ stato sempre un po’ un Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento, “sono sempre stato un visionario” mi racconta Giovanni che “ha seguito la sua strada, senza lasciarmi condizionare”.


“Durante la Boa Vista mi racconta “usavo delle scarpe per le quali alcuni mi prendevano in giro” all’epoca, infatti, per i trail si utilizzavano delle scarpe minimalisti dall’intersuola ridotta praticamente a zero “mi dicevano” continua Gianni “Corri con dei canotti ai piedi, eppure non mi sono lasciato influenzare dal giudizio degli altri”.

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Oggi quelle scarpe, le Hoka One One (un nome dall’apparenza inglese che, invece, deriva dal Maori, si pronuncia come si scrive e significa “planare sulla terra”) hanno rivoluzionato il mondo delle scarpe da trail running, proprio per la grande suola, spessa e curva, che permette un maggior grado di ammonizzazione, una maggiore velocità in discesa e una maggiore preservazione della salute di ginocchia e legamenti.

Credo che essere un Don Chisciotte non significa solo combattere i mulini a vento di una società, spesso ostile nei confronti chi non si uniforma alla maggioranza, ma significa, con coraggio, andare avanti e restare fedele ai propri sogni. 

Poche persone, infatti, difendono i loro sogni, credono nella loro visione del mondo a tal punto da andare controcorrente e fare della loro passione un mestiere e Gianni è sicuramente uno di loro.

Ad un tratto, il tono di voce diventa più serio, si sofferma a pensare che “i valori personali sono, forse, un po’ insiti in ognuno di noi, ognuno ha i suoi valori anche in base a quella che è la propria esperienza, all’educazione familiare. “Io, personalmente, vengo, da famiglie di militari” mi spiega “sia da parte di mamma che da parte di papà, quindi sono nato, cresciuto e pasciuto sotto l’egidia militare. E forse sono, come dico sempre, la pecora nera della famiglia, perché sono l’unico che, tranne il servizio di leva, ho scelto un’altra tipologia di carriera, però la mentalità è quella.

Nell’affrontare alcune cose, forse a volte sono troppo duro, perché vorrei fare di più, ma mi rendo conto che alcune cose, non si possono fare. E poi” aggiunge “vorrei che gli altri si comportassero come mi comporto io, ma il mondo purtroppo è cambiato, non è facile relazionarsi, specialmente nell’ultimo tempo”. 

La pandemia è stato “un periodo molto difficile anche per il mondo del CrossFit” mi confessa “è avvenuta una grossa scrematura dei box”, nel 90% dei casi sono rimasti quelli che avevano le spalle forti, che avevano professionalità, e in quasi tutti i casi erano tutti quelli della vecchia guardia, che hanno iniziato qualche anno fa ed hanno una mentalità differente, rispetto alle nuove generazioni, nei confronti di questa attività”. 

Ed è con loro che Giovanni sta cercando di creare una “sorta di rete, di comunità” che è ciò che dovrebbe essere alla base di ogni box, al fine di creare quel senso di appartenenza che differenzia i box dalle palestre tradizionali, dove trovi persone pronte ad accoglierti, compagni di allenamento pronti a spronarti ed incitarti.

Giovanni mi spiega che il suo è un box affiliato, ciò significa che dietro il pagamento di una fee annuale, viene concesso in licenza il nome CrossFit che può essere esposto fuori dal box. Questo secondo Giovanni è un sinonimo di qualità, perché significa che i coach sono certificati, si evita, così, di incappare in situazioni in cui ci trovano formatori improvvisati. “Fino al 2023” aggiunge “per aprire un box era richiesto un certificato di primo livello, mentre dal 2024 è richiesto un certificato di secondo livello”.

Anche se ammette che vi sono box molto validi, che, per scelta o per motivi economici (visto che quest’anno la fee è aumentata di circa il 20%) decidono di non rinnovare l’affiliazione, ritenendo che con quella somma possono sostenere “le spese delle bollette del box di 2 anni oppure acquistare uno o due attrezzi in più”.

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Il Box di Mentana

Con una punta di rammarico ammette che nonostante il pagamento della quota di affiliazione, i controlli sono spesso marginali, tutte le segnalazioni devono, comunque, passare per gli Stati Uniti, dove la mentalità è completamente diversa dalla nostra. Agli inizi di dicembre, quando ero a New York, ho visto che nel giro di 800 metri vi erano 3 box di CrossFit, tutti affiliati perché per loro è normale, non vi è una concorrenza così forte come in Italia. A San Francisco, mi è capitato di trovare addirittura due serrande una vicina all’altra, due box completamente separati, ma che lavoravano all’unisono, una cosa che secondo me in Italia non succederà mai.

Forse perché al di fuori del proprio box è difficile ricreare quella famosa comunità, nonostante “ciò noi della vecchia guardia stiamo cercando di ricreare quello che era lo spirito di una volta, un agglomerato di vari box, che col tempo con l’apertura di nuovi box è andata perduta”. 


Ci stiamo impegnando affinché ogni box individualmente organizzi delle gare nelle quali, però, ci si aiuta l’uno con l’altro, per ricreare quella cultura positiva che è fantastica.


Guardandomi dritto negli occhi, Gianni, senza esitazione, afferma che non bisogna solo essere concentrati su quello che posso, ma anche quello che potrei fare, “non bisogna mai porsi dei limiti”.


Ricorda, poi, un’intervista che gli fecero prima della gara di Boa Vista durante la quale gli chiesero come si preparasse ad un trail così impegnativo “un piede dopo l’altro, poi prima o poi si arriverà. Quindi l’importante” continua “è intanto iniziare l’avventura, ogni viaggio piccolo o grande che sia, inizia sempre con un piccolo passo, questo è uno dei miei motti, qualsiasi esso sia, che sia un viaggio importante o che sia semplicemente lo spostarsi da qui a Roma per fare una commissione”.

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“Anche il CrossFit” mi spiega “è un percorso che devi intraprendere, io dico sempre, specialmente a chi inizia o che sta riniziando dopo tanti anni di inattività, tanti si spaventano di questa attività, perché magari, ovviamente, oggi la maggior parte della comunicazione dei box passa attraverso i social e solitamente non si vede la signora Maria che sta iniziando, ma si vede il super atleta che solleva o che fa degli esercizi particolari”.

Giovanni sostiene che sta alla sua capacità di coach, far sì che le persone possano sentirsi a suo agio, anche a chi vince il timore e si affaccia al box o semplicemente chiede informazioni per sapere come funziona. 


“Io personalmente preferisco non fare le classi da principianti” continua “come, invece, fanno molti miei colleghi, perché la considero una cosa molto commerciale, ma preferisco, passami l’espressione, gettare le persone nella fossa dei leoni”.

Giovanni ritiene che sta all’abilità del coach far sì che, una persona decondizianata o completamente all’oscuro di ciò che avviene in un box di CrossFit, si senta a proprio agio con gli altri allievi.


“Nel CrossFit” mi spiega “c’è una legge fondamentale: la legge della scalabilità, ovverosia, quello che io ho programmato come allenamento lo devo adattare su ogni singola persona, che sia più o meno principiante, quindi anche a chi si è appena approcciato, per così dire”.

Basta ascoltarlo per pochi minuti per capire che per Gianni essere un coach è più di un semplice mestiere.

“Non mi piace” continua “diciamo così, ghettizzare le persone o targetizzarle”.

“Proprio perché lo stare insieme a persone che hanno più esperienza di te” aggiunge “anche solo guardandole, puoi rubare qualcosa con gli occhi e, quindi, automaticamente puoi fare un qualcosa in più rispetto a quello che faresti quando stai insieme ad altre persone che sono al tuo stesso livello. È vero, forse proveresti un po’ più soddisfazione a trovarti con persone alle prime armi come te, perché ti sentiresti un po’ meno a disagio, però forse questo dipende molto anche da chi sta da questa parte, ovvero dal coach, a far sì che anche i nuovi arrivati possano sentirsi, comunque, parte del gruppo”.

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Gianni mi spiega che, come il viaggio è condivisione, così, anche nel CrossFit il supporto del gruppo è fondamentale “gli altri sono uno stimolo a fare un qualcosa che magari pensavo di non fare”.

“Diciamo che in linea di massima il bello di questa attività” mi spiega “è che benché sia un’attività individuale, perché comunque sei tu con l’attrezzo o gli attrezzi, però fai parte di un gruppo e la capacità che, a suo tempo, hanno avuto i grandi capi del CrossFit tra cui Greg Glassmann, il suo fondatore, è stata proprio quella di aver creato una sorta di comunità a cui tutti fanno capo. E personalmente indifferentemente che, sia la classe del mattino o la classe della sera, vedo persone che sembrano conoscersi da una vita e magari si sono conosciuti 10 minuti prima dell’inizio della classe”.

“Quello che ho ritrovato nel CrossFit” continua “è ciò che ho visto quando facevo le gare di maratone, in montagna, dove correvi insieme a persone mai viste prima per 100 o 150 km. Eppure creavi con loro dei legami, difficili da spiegare, a tutt’oggi che, sono 10 anni che non gareggio più, quelle persone sono per me dei fratelli, che ho conosciuto solo nel frangente della gara. Eppure, come dico sempre, quando si suda gomito a gomito, si instaura un rapporto differente, duraturo nel tempo, una sorte di condivisione, che non mi è capitato in altre situazioni. Persone che magari non vedo da più di 10 anni eppure ci sentiamo spesso. Qualche anno fa ho avuto dei problemi di salute e mi chiamavano tutti i giorni, come se ci frequentassimo tutti i giorni”.

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“I pionieri del Gran Sasso” – Ultramarathon trail – Abruzzo


Per Gianni, l’importante nel CrossFit, è come tu riesci a compiere determinati movimenti “è vero potrà capitare che avrai vicino a te l’omone o la donnona che sollevano 100 kg, e tu stai con la bacchetta di ferro, anzi con la bacchetta di plastica; ma nulla cambia perché comunque, poi, l’importante è che tu riesci a fare determinati movimenti, che inizi il percorso”.

“Effettivamente” continua “io vedo un 90% delle persone che vengano a provare, poi, si fermano, eppure dico che questa attività forse l’unica controindicazione che ha, è che crea dipendenza”.


“Perché la sensazione che ti dà, anche se non sollevi i 100 kg, dopo qualche giorno, quando la mattina metti i piedi giù dal letto, ti senti in maniera differente e quindi, automaticamente è questo che ti porta, a volte, come dico io anche a strafare, ma sta alla capacità di chi sta da quest’altra parte, al coach, a dire OK, la voglia di non porsi limiti, ma bisogna fare con moderazione, perché non hai l’esperienza per poterlo fare, il provare serve, però, non bisogna cercare di farlo per forza, perché comunque potrebbe essere troppo pericoloso o deleterio”.

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Gianni mi spiega che il CrossFit non è uno sport pericoloso, è raro che ci si possa fare male, gli infortuni sono riconducibili a carichi eccessivi o ad un’esecuzione scorretta.

Il problema “è come dico sempre che il corpo umano è una macchina perfetta, ma stupida, che cerca la via per faticare di meno e soffrire di meno quando esegue un esercizio. Se faccio un movimento molto simile al mio vicino, ma con qualche vizio e se il corpo” aggiunge “capisce che facendo quel vizio riesco a fare quel movimento come l’altra persona che sta accanto a me nel box, che, invece, lo esegue con la tecnica perfetta, quel vizio non lo toglierò più o quantomeno è molto difficile andarlo a togliere e quindi non potrò progredire allo stesso modo degli altri. Il mio percorso sarà molto più lento perché significa che dovrò rismontare il gesto o il movimento che sia per poi ricostruirlo. Quindi si rallenta un pochino quella che è la progressione”.


Gianni mi spiega che specialmente nel CrossFit vi sono una serie di “movimenti funzionali, una serie di piccoli segmenti che costituiscono, poi, il movimento completo. Per farli automaticamente tutti insieme è necessario impararli un po’ alla volta, affinché la persona li faccia propri”.


“Bisogna partire dal presupposto” afferma Gianni “che non bisogna considerare l’esercizio come fine ultimo, ma soffermarsi su qual è il percorso che mi ci porta. Ecco, nel CrossFit vi sono similitudini con il viaggio, non è tanto il viaggio in sé, ma come lo raggiungo, il percorso. Il prenotare è un attimo, però come fare per raggiungere una determinata meta, quale via intraprendere è un’altra cosa”.


Lo sport, come il viaggio ti insegna, infatti, che il bello non è la destinazione, ma il percorso.

Gianni pone l’accento su come, anche, nell’ambito del CrossFit è fondamentale avere la mentalità del viaggiatore, ogni viaggio è in realtà formato da un passo dopo l’altro. “Il percorso di chi, purtroppo per esigenze di tempo, per esigenze di famiglia, di lavoro, a volte non riesce ad essere molto regolare, si allungherà un pochino di più, perché impiegherà più tempo a raggiungere l’obiettivo, rispetto a quella persona che frequenta assiduamente tutti i giorni”.


Prima di salutarci, incuriosita da questo mondo, un’ultima domanda, “Com’è organizzata una classe tipo?”


Le lezione nelle classi e questo avviene un po’ in tutto il mondo” afferma “orientativamente durano un’ora”.


A differenza dell’idea che, soprattutto grazie ai social, si è diffusa circa il CrossFit che lo descrive come uno sport caratterizzato da esercizi ad alta intensità, Gianni ritiene che “l’intensità è relativa, per te che hai poca esperienza, il tuo 100% per me potrebbe essere un 50%, quindi automaticamente, ecco lì, che tu utilizzi la bacchetta, mentre io sollevo 100 kg per avere lo stesso 100%, anche se facciamo lo stesso identico gesto”.

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Ogni allenamento è di per sé un piccolo viaggio, ogni giorno una classe si ritrova ad affrontare un percorso “c’è una fase introduttiva che è caratterizzata da un riscaldamento di base (warm up), si passa, poi, ad una parte di tecnica degli esercizi che si andranno ad eseguire, ovvero alle abilità nel compiere le diverse attività fisiche, ossia gli skills.

Si entra, quindi, in quella che è la fase vera e propria, che è quello che ha reso famoso il CrossFit, i workout of the day, che vengono denominati WOD. La particolarità, anzi, la peculiarità” continua Gianni “del CrossFit è che fondamentalmente ogni giorno fai un allenamento diverso, quindi ogni lezione è a sé, ogni lezione è differente dall’altra” ed, infine, vi è una fase di defaticamento.


“L’allenamento vero e proprio” continua Gianni “dipende dalla classe e dalla programmazione del giorno stesso, quindi è normale che potrebbe essere poco, ma molto intenso perché deve essere molto veloce oppure devo rallentare un pochino perché l’intensità è data dalla lunghezza dell’esercizio e non da quanto sollevo”.

“Altre volte, invece, “mi spiega Gianni “l’intensità è data proprio dal carico vero e proprio, perché magari devo andare a stimolare quella che è la forza assoluta, quindi devo mettermi sulle spalle un peso X che in funzione del mio grado livello di preparazione può essere 1, 10 oppure 100 kg”.

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L’obiettivo è far sì che l’attività sia stimolante e non stressante, questo significa che un gesto che faccio oggi, molto diffidente, lo ripeterò domani. “E anche nel caso dovesse capitare lo stesso esercizio per pazzia o perché capita la giornata dove tutto il mondo del CrossFit fa un determinato WOD, ripropongo lo stesso esercizio, ma mettendolo insieme ad altri movimenti, fatto con tempi e modalità differenti, è come se facessi un altro esercizio, senza andare a stressare il corpo”.

Non c’è dubbio che Gianni creda veramente nelle cose che dice, per lui essere un Crossfitter è uno stile di vita.

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Si ritorna a parlare di viaggi e ripensando al passato, Gianni ritiene che, il fatto di aver avuto la fortuna di viaggiare abbastanza lo abbia aiutato, anche nella vita quotidiana “ad adattarmi, mi ha reso più flessibile e malleabile, in viaggio impari che devi affrontare la avversità, può essere la semplice ruota bucata che, però, devi cambiare dall’altra parte del mondo”.


“C’è un vecchio detto” mi racconta Gianni “che dice che il CrossFit prepara al previsto e all’imprevisto” e la cosa non deve stupire perché la storia narra che il CrossFit è un’attività che veniva utilizzata prevalentemente dai militari o dalle forze dell’ordine, per prepararsi a quello che avrebbero affrontato quotidianamente, in quanto non sapevano mai che cosa sarebbe successo in una situazione di emergenza, come in guerra.


Se ripensa al suo passato da sportivo, gli dispiace solo che quando era giovane non vi fosse il CrossFit, “mi sarei divertito tanto” afferma con gli occhi che brillano.


Inizia, poi, a riflettere che con l’avvento delle tecnologie, ed in particolare l’uso delle app nei box ha fatto un po’ perdere la magia, perché se da un lato facilita gli allievi nella prenotazione del proprio posto in una classe, dall’altro fa conoscere in anticipo, ogni mattina, il WOD.


“Prima” mi spiega “dovevi arrivare al box e solo allora vedevi sulla lavagna quello che era il WOD, il menù del giorno, come lo chiamo io, non lo sapevi già da casa, dovevi, comunque, venire e a quel punto anche se non ti piaceva particolarmente, ti tappavi il naso e iniziavi ad allenarti. Adesso, invece, capita che magari metto 5 km di corsa, che benché sia uno dei fondamentali, non piace molto, e poi, vedo, tramite l’app, che il 50% degli allievi ha cancellato la propria prenotazione”.


L’uso delle tecnologie ha fatto perdere il fascino dell’avventura, e questo non solo nel mondo del CrossFit, ma anche nel modo di viaggiare, basti pensare che, una volta ti affidavi alla cartina e non al navigatore. Ora basta aprire il telefonino e questo ti dirà quanti metri sono necessari per raggiungere una certa meta. 


E’ un po’ quello che accadeva anche quando “facevo le gare di corsa in montagna” mi spiega “durante le competizioni quando chiedevi informazioni alle persone che si trovavano ai punti di controllo, gente del posto, non ti rispondevano in termini di distanza, per esempio, ci vogliono 10 km, ma in termini di tempo, ad esempio, ci vogliono 3 ore, perché dipendeva da diversi fattori quali le situazioni meteorologiche o l’asperità del terreno”.

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Con l’avvento della tecnologia è come se si potesse avere tutto sotto controllo, mentre “mi piace ripetere spesso una frase La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita” (n.d.r. battuta cult recitata da Tom Hanks nel 1994 nel film Forrest Gump) continua Gianni, perché in ogni istante ci si può trovare di fronte a situazioni che non avremmo immaginato e in queste situazioni l’unica scelta che abbiamo è quella di adattarci.

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Riproduzione della panchina di Forrest Gump a Santa Monica


Basta guardarlo negli occhi, per capire che per Gianni, l’attività di coach con le sue classi è un viaggio. “Il CrossFit” aggiunge “ha una visione prospettica, in un certo senso il WOD, che ho fissato per oggi, è collegato al WOD di domani ed è questo che differenzia il CrossFit da altri programmi di allenamento come, ad esempio, il funzionale che a volte riprende, in parte, alcuni allenamenti del CrossFit”.


“Nella mia testa” continua “vi è una programmazione che ha una certa durata ed io vado a frazionare il periodo degli allenamenti, l’annualità, in blocchi”.


Per Gianni il CrossFit non è solo il suo lavoro, ma è parte della sua vita e il box è la sua famiglia.

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Il tempo scorre velocemente, rimarrei volentieri a chiacchierare con lui e ascoltare i suoi racconti, purtroppo è già tempo detto di salutarci, ma prima ci si ritrova a parlare di prossimi viaggi.


Gianni mi confida che, uno dei suoi sogni, per quest’anno, è quello di percorrere il Cammino di Santiago.

E chissà magari, tra qualche mese, ci ritroveremo proprio qui, nel box di Mentana a parlare del suo cammino: perché ogni cammino, come ogni WOD, è una storia unica, diversa dalle altre che merita di essere raccontata.

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