Erice: l’incantevole borgo medievale sospeso tra cielo e terra

Erice, arroccato sull’omonimo monte a circa 750 m d’altezza, è uno dei borghi medievali più belli d’Italia, dove tra le sue strade acciottolate si possono vedere tracce indelebili di un passato arrivato intatto fino ai nostri giorni. Ed è proprio in questi giorni, durante i quali non si può ancora viaggiare, che voglio portarvi alla scoperta di questo borgo, sospeso tra cielo e terra, in provincia di Trapani, che ho visitato, qualche anno fa, durante un viaggio lungo la costa occidentale della Sicilia.

Da Trapani decisi di raggiungere Erice in autobus, lungo una strada strettissima, un susseguirsi di tornanti e salite che costeggiavano fitte pinete.

Una strada non facile da percorrere, così stretta che si doveva lasciare il passo a chi incrociavi.

Eppure è ancora oggi una delle strade più belle che abbia mai percorso, capace di regalare scorci spettacolari.

Dal centro di Trapani parte anche una funivia che in circa 10 minuti porta fino su a Erice. Quella mattina, però, le corse della funivia erano state sospese a causa del forte vento, che qui è una costante ed accompagna la vita di chi abita in questo angolo di Sicilia.

L’autobus si ferma nei pressi della Porta Trapani, una delle tre porte del borgo, poste lungo l’antica cinta muraria. Chiamata così perché rivolta verso la città di Trapani, una porta inserita tra due robusti bastioni, dall’aspetto semplice, ma ben conservata, al cui interno è stata inserita anche una piccola cappella che contiene una statua in legno di San Cristoforo, patrono dei viaggiatori, che porta Gesù Bambino in spalla.

Ancora oggi Porta Trapani costituisce l’ingresso principale di Erice, appena varcata mi ritrovo in un borgo che ha conservato pressochè intatto il suo aspetto medioevale. Le stradine lastricate sono pressoché vuote, avvolte da una fitta nebbia e da un silenzio quasi surreale, rendono il paesaggio quasi incantato.

Mi incammino lungo la strada principale, Corso Vittorio Emanuele, sulla sinistra scorgo la chiesa principale di Erice, il Real Duomo con accanto la Torre Campanaria, velate da un filo di nebbia che rende l’atmosfera a tratti misteriosa.

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Si dice che, qui ad Erice, il tempo cambi piuttosto velocemente, spesso al mattino il cielo è nuvoloso, il borgo è avvolto da una fittissima nebbia, ma poi in breve tempo le nuvole lasciano spazio ad un cielo limpido e al sole che si riflette sulle sue pietre.

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L’aria è fresca, soffia una leggera, ma costante brezza, a tratti fa quasi freddo, nonostante sia fine maggio. Così, per riscaldarmi, decido di fermarmi a fare colazione con un cappuccino e una genovese, il dolce tipico di Erice, a base di pasta frolla con un cuore di deliziosa crema pasticcera, croccante all’esterno e morbido all’interno.

Qui ad Erice la genovese è una golosa alternativa al classico cornetto, un dolce, originariamente nato dalle sapienti mani delle monache di clausura. A dispetto del nome, che fa subito pensare alla Liguria, le genovesi sono un dolce tipicamente siciliano, oggi facilmente reperibili in tutta la costa occidentale della Sicilia, da Palermo a Trapani. Si pensa che il loro nome sia stato dato in ricordo della forma dei cappelli dei marinai genovesi durante gli anni in cui gli scambi commerciali tra Trapani e Genova erano intensi. Proprio ad Erice è possibile assaggiare la vera ricetta originale, presso quella che da molti è considerata la migliore pasticceria di tutta la Sicilia: la Pasticceria di Maria Grammatico.

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Qui la signora Maria, affiancata dai nipoti e dai collaboratori, prepara le genovesi secondo la ricetta originale che da giovane ha imparato dalle suore di clausura di San Carlo durante gli anni che visse presso il loro convento (la sua storia è stata anche raccontata nel libro “Mandorle amare – Una storia siciliana tra ricordi e ricette” opera di una scrittrice americana, Mary Taylor Simeti, che scoprì quasi per caso le prelibatezze di Maria Grammatico e affascinata dalla sua storia, decise di mettere nero su bianco i racconti di gioventù di questa donna che, grazie ai suoi dolci, è diventata famosa in tutto il mondo).

Dopo questa pausa golosa, ritorno su Corso Vittorio Emanuele, la strada principale, che inizia nei pressi della Porta Trapani e si snoda, in salita, fino ad arrivare alla piazza principale, Piazza della Loggia.

Da qui si dirama un labirinto di piccole stradine acciottolate, a tratti tortuose. Le casette, le une accanto alle altre, nascondono, quasi sempre, al loro interno dei piccoli cortili dove, ora come allora, lontano da sguardi indiscreti, si svolge la vita delle famiglie. Ad Erice, infatti, a differenza di altre città e borghi del Sud Italia, la vita non si svolge in strada, è raro incontrare persone sedute fuori l’uscio di casa intente a conversare o bambini che giocano a palla tra i suoi vicoli. Le case, restate immutate nei secoli, sono intervallate da piccole botteghe di artigiani che sui balatari (delle grandi mensole in pietra) iniziano ad esporre i loro prodotti tra cui le coloratissime e raffinate ceramiche ericine e da negozietti di degustazioni culinarie dove si possono trovare il pesto ericino (una salsa preparata, a freddo, pestando aglio, sale, mandorle, basilico, pomodoro secco ed olio d’oliva) e le busiate, un tipo di pasta, pressochè sconosciuta al di fuori della provincia di Trapani, una sorta di sottili tubi, simili a dei maccheroni, fatti a mano, e realizzati attorcigliandoli attorno al buso, ovvero al ferro da calza.

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Il piccolo borgo inizia a svegliarsi e la nebbia fitta che lo avvolgeva al mio arrivo, lascia spazio ad un cielo azzurro e a un caldo sole.

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Arrivo nella piazza principale di Erice, Piazza della Loggia (conosciuta anche come Piazza Umberto I) mi viene incontro un cane, mi annusa per un po’, i nostri occhi si incrociano per qualche secondo, si allontana, forse distratto da qualche rumore, ma dopo poco mi accorgo che ha iniziato a seguirmi.
Da quel momento in poi sarà lui ad accompagnarmi alla scoperta dei vicoli di Erice e dei suoi tesori.

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Solo più tardi, parlando con alcuni abitanti di Erice, scopro che si chiama Birillo e che è la mascotte del borgo, amato da tutti i suoi abitanti. Spesso mi supera quasi ad indicarmi la strada, altre volte si allontana, ma basta girare l’angolo e lui è lì sdraiato ad aspettarmi, trascorrerò tutta la giornata in sua compagnia, fino a quando, quasi come se lo sapesse, mi accompagna nei pressi di Porta Trapani dove avrei preso nuovamente un autobus in direzione della città.

Il ricordo più bello della mia giornata ad Erice è sicuramente quello di esser andata alla scoperta delle sue viuzze medievali, con una guida speciale.

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Erice, anticamente era conosciuta anche come la “città delle cento chiese”, oggi molte sono visibili, tra esse la Chiesa di San Giuliano è sicuramente uno dei luoghi di culto cattolico più antico di Erice: rimasta per decenni chiusa al pubblico, in seguito a un crollo, è stata riaperta, solo nel 2005, dopo quasi 80 anni.

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Una chiesa così importante che, fino al 1934, il monte Erice, quello che per i trapanesi è semplicemente “u Munti”, era chiamato monte San Giuliano.

La chiesa fu costruita nel XI secolo per ordine di Ruggero il Normanno come ringraziamento nei confronti del Santo che lo aveva aiutato a cacciare gli Arabi dal piccolo borgo.

Il campanile che si eleva accanto con la caratteristica copertura a “pagoda” fu realizzato, invece, solo nel settecento in stile barocco.

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Oltre ad essere oggi luogo di culto, la Chiesa di San Giuliano custodisce al suo interno i “Misteri”, i gruppi scultorei che rappresentano scene della Passione di Cristo e nelle sue sale è stato allestito il Museo dedicato alla “ceroplastica”, un’arte che ha origini molto antiche praticata già dai Romani che utilizzavano la cera d’api per creare amuleti, oggetti d’oro, gioielli e anche monete. Ad Erice, un tempo, la ceroplastica era prerogativa delle suore carmelitane di Santa Teresa che con la cera vergine d’api, che secondo la tradizione popolare custodiva i caratteri della sacralità, realizzavano delle statuette finemente lavorate, impreziosite con abiti in seta, nastri, tulle e spesso poste dentro campane di vetro. La particolarità della ceroplastica ericina era non solo l’uso di colori accesi ma anche di dettagli floreali realizzati in pasta d’amido.

Dalla Chiesa di San Giuliano mi dirigo verso quello che è uno dei simboli di Erice: il Castello di Venere, conosciuto anche come il Castello Normanno di Erice, un castello, dalla storia antichissima, arroccato sulla punta estrema del monte, che domina la città di Trapani.

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Qui un tempo sorgeva un tempio dedicato alla Venus Erycina (la Venere Ericina) una dea particolarmente venerata nell’antichità.

In epoca normanna, sulle rovine del tempio, venne costruito il Castello di Venere concepito come una fortezza inespugnabile, con una cinta muraria, formata con un’alternanza di rientranze e sporgenze con i caratteristici merli a coda di rondine. Un tempo nel Castello risiedevano le tre figure istituzionali più importanti“il Bajulo” (che aveva la funzione di riscuotere le tasse), il Castellano e il capitano Regio.

La foggia attuale del Castello di Venere risale proprio all’opera dei normanni.

Il panorama che si gode dall’alto di questo castello è ritenuto uno dei più belli del mondo, può essere considerato una sorta di belvedere sul mare e sulla pianura sottostante. Da qui, infatti, si può godere una splendida vista che spazia da Trapani e le sue saline, all’arcipelago delle Egadi fino a Capo San Vito.

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Quando le condizioni di visibilità sono particolarmente favorevoli, dicono che si può arrivare a scorgere anche l’isola di Ustica e la sagoma di Pantelleria.

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Adiacenti al Castello di Venere si trovano le Torri del Balio di epoca medioevale, un tempo collegate al castello da un ponte e usate come torri di avvistamento.

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Le Torri, nella seconda metà del XIX secolo, furono parzialmente ricostruite dal Conte Agostino Pepoli il quale realizzò anche il Giardino del Balio che circonda il Castello e le stesse torri; un giardino in stile inglese, caratterizzato da piante tipiche della macchia mediterranea, tra cui pini, frassini e cipressi.

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Le torri e il giardino prendono il nome proprio dal “baiulo”, il rappresentante dell’autorità regia che durante il medioevo risiedeva nel castello.

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Su un picco roccioso sotto il Castello di Venere si scorge, poi, una piccola torretta in stile liberty: la Torretta Pepoli.

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Un tempo utilizzato dal conte Agostino Pepoli, studioso ed archeologo, come luogo privilegiato dove si rifugiava per i suoi studi.

Oggi la torretta, di proprietà del comune, in seguito ai lavori di restauro che hanno portato l’edificio all’antico splendore è visitabile ed è stata scelta anche come sede per l’Osservatorio per la pace.

La Torretta Pepoli è una piccola struttura che richiama nella forma un castello medievale e dalla quale si può godere di uno dei più belli panorami della Sicilia occidentale.

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Si rimane letteralmente incantanti dinnanzi a quello che considero uno dei più belli panorami dall’alto che abbia mai visto, con lo sguardo che spazia da est a ovest, regalando delle viste superbe: su Trapani e sulle isole Egadi, il Monte Cofano, che si protende verso il mare e divide il golfo del Cofano da quello della Bonagia.

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Nei pressi della Torretta Pepoli scorgo un’altra delle numerosi chiese di Erice, la Chiesa di San Giovanni (che con la sua ampia e possente cupola, regala un paesaggio incredibile con sullo sfondo il Monte Cofano).

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Birillo mi aveva abbandonato quando mi ero incamminata in direzione del Castello di Venere, ma non appena ritorno tra le stradine acciottolate del borgo eccolo lì che pazientemente aspetta il mio ritorno. Si alza e precedendomi mi conduce proprio in Piazza Matrice, nei pressi del  Duomo di Erice, quasi sapesse che la mattina lo avevo ammirato solo dall’esterno. Con il cielo azzurro, puntellato da qualche nuvola, la vista del Duomo con accanto il suo campanile è ancora più suggestiva.

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Conosciuto anche come la Chiesa Matrice o il Real Duomo, il Duomo di Erice, commissionato da Ferdinando d’Aragona, fu edificato con il materiale proveniente da quello che un tempo era il Tempio di Venere. L’esterno della chiesa, con quel coronamento a merli che lo rende quasi una chiesa-fortezza, conserva sostanzialmente le sue forme originali, ma è al suo interno che custodisce un’autentica meraviglia.

I soffitti della chiesa sono interamente decorati in stucco, nell’insieme sembra di trovarsi di fronte a un grande merletto, leggero e impalpabile.

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Colpisce, poi, il suo campanile, alto 28 metri, separato dal Duomo, che svetta proprio di fronte. Conosciuto anche come Torre Campanaria o Torre del Re Federico, fu costruito, ai tempi delle Guerre del Vespro, come torre di avvistamento, ma solo verso la fine del secolo XIII, fu trasformato in torre campanaria.

La mia visita a Erice si conclude qui ai piedi della Chiesa Matrice, un vero e proprio capolavoro in stile gorico. Saluto Birillo e lui, come se sapesse che da lì a breve avrei preso l’autobus per  Trapani, mi si avvicina, mi annusa un’ultima volta e si allontana lungo le strade lastricate del borgo.

Eppure c’è un’ultima tappa che non posso perdermi prima di lasciare Erice, un piccolo locale di street food, La Tonda Fritta.

Lo so starete storcendo il naso, ma avete letto bene, ho scritto arancina. Sulla costa occidentale della Sicilia, infatti, il nome del più famoso street food siciliano è femmina, dalla forma tipicamente tonda, mentre nella parte orientale dell’isola è declinato al maschile, arancino, dalla tipica forma a cono, si dice ispirata alla sagoma dell’Etna. Quando si taglia l’arancino ancora caldo, dalla punta esce il vapore che ricorderebbe proprio il fumo del vulcano. Quindi se vi trovate tra Trapani e Palermo mi raccomando chiedete un’arancina, mentre se siete tra le strade di Catania, dovete assolutamente ordinare un arancino.

Ma allora chi ha ragione? Si dice arancina o arancino? Quanche anno fa si è espressa in merito addirittura l’Accademia della Crusca che ha stabilito che nonostante il termine arancino è più antico, è considerato corretta anche la versione al femminile.

Personalmente posso affermare che le arancine, preparate da La Tonda Fritta, sono ancora oggi uno dei ricordi più belli di un viaggio alla scoperta di Erice, un borgo, sospeso tra cielo e terra, che con le sue stradine in pietra, ricche di storia millenaria ha saputo emozionarmi come pochi, regalandomi panorami mozzafiato.

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2 commenti

  1. E’ un posto d’altri tempi con i vicoli lastricati, le case di pietra e il piccolo tabacchino.
    Il tempo che cambia così rapidamente mi ricorda di una mia visita in costiera amalfitana…

    Mi manca il sud e le sue meraviglie!

    "Mi piace"

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