Professione guida turistica: Giuseppe Lopriore, una vita in viaggio


La magia del viaggio risiede anche nella possibilità di condividerlo con altri, vivere con loro esperienze, che danno vita a emozioni e ricordi indelebili, da custodire per sempre nel cuore.


Viaggiare è, anche, sedersi alla sera attorno ad un tavolo a chiacchierare, a ridere, confrontandosi su ciò che si è visto durante la giornata. E’ esprimere le proprie emozioni, ma, anche, conoscere punti di vista differenti dai tuoi.


A volte capita che alcune persone incrocino il tuo cammino solo per il tempo di un viaggio, altre volte, invece, accade che rimani in contatto con loro.


E’ ciò che è accaduto con Giuseppe Lopriore, conosciuto durante il mio ultimo blog tour, alla scoperta non solo di alcuni dei luoghi più belli della Puglia, ma soprattutto dei sapori di questa terra dal fascino antico.
Giuseppe non è stato solo un’eccellente guida turistica e un perfetto tour leader che ci ha accompagnati durante tutto il nostro on the road, ma è stato un vero e proprio compagno di viaggio.

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Fin dai suoi primi racconti, mi colpisce perchè è un viaggiatore atipico, trascorre gran parte dell’anno ad accompagnare turisti alla scoperta delle bellezze della Puglia e della Basilicata.


Ho sempre pensato che essere un viaggiatore, non significhi collezionare bandierine su una mappa, visitare il maggior numero di paesi al mondo, ma è più uno stile di vita, una mentalità che ti permette di affrontare ogni giorno con quella curiosità che ti fa apprezzare la bellezza delle piccole cose, anche se i tuoi passi ripercorrono sentieri già conosciuti, perché come sosteneva lo scrittore francese Marcel Proust “il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.”


Decido, così, di conoscere meglio la storia di Giuseppe non solo di viaggiatore, ma anche di come l’arte sia divenuta parte della sua vita.


Nato a Conversano, in provincia di Bari, dopo gli studi presso il liceo classico Domenico Morea, della sua città, si laurea in Conservazione dei Beni Culturali Storico-Artistici presso l’Università di Lecce (oggi Università del Salento)
.


Giuseppe, oltre ad essere una guida turistica abilitata per la Puglia e la Basilicata, è anche storico e critico dell’arte afferente alla scuola di Roberto Longhi. Uno dei maggiori e più innovativi storici dell’arte del Novecento che contribuì, in maniera determinante, alla riscoperta di Caravaggio, ingiustamente dimenticato per quattro secoli, perché considerato un artista “maledetto”.
Longhi sosteneva che bisognava “educare l’occhio” a riconoscere gli artisti, privilegiando sempre una visione diretta delle opere, anteponendo i musei e le chiese alle biblioteche; solo la visione diretta delle opere, dal vero, poteva offrire le occasioni per formare i propri giudizi.

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presso la Galleria d’Arte Vento Blu – Polignano a Mare

Quando lo raggiungo in videochiamata, si è ritagliato qualche ora di pausa al termine di una visita guidata al Teatro Petruzzelli di Bari.
E’ un pomeriggio insolitamente caldo di fine inverno.

Indossa una felpa scura, lo sguardo profondo, dietro a riccioli scomposti.
Gli occhi verdi come il mare della sua Puglia ed un pizzetto che contribuisce a conferirgli quel tocco wild.
Alle sue spalle una grande parete bianca.


Inizia a parlare con il garbo di un gentiluomo d’altri tempi, in fondo l’eleganza è fatta di sfumature e non di apparenza.

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Pochi istanti prima di incontrarlo pensavo proprio alla prima volta che ci siamo visti in Piazza del Ferrarese, nel cuore del centro storico di Bari, mi aveva colpito per la sua spontaneità e per quella parlantina di chi sa incanalare le emozioni nell’espressività.


“Il nuovo anno mi ha regalato questo nuovo incarico” mi racconta “che mi riempie di entusiasmo e di gioia, perché, per noi del Mezzogiorno d’Italia, il Teatro Petruzzelli, lo dico sempre, è come la Gioconda, nel senso che è più grande di quanto non lo sia fisicamente. E’ un teatro enorme,” continua “il teatro privato più grande d’Europa, il teatro più grande del Mezzogiorno d’Italia, secondo solo al San Carlo di Napoli e al 4º posto per grandezza tra i teatri italiani,” dopo il Massimo di Palermo, il San Carlo di Napoli e la Scala di Milano. “Però per noi della Puglia, in particolare di Bari, nell’immaginario collettivo è visto come il tempio della musica, è qualcosa di enorme, perché, qui, si sono esibiti tutti i più grandi artisti del XX e XXI secolo“.

Non ti nego” prosegue “che quando a gennaio ho iniziato il primo turno di visita guidata, dopo un periodo di affiancamento a dicembre, ero emozionato come un bambino, avevo dimenticato quell’emozione perché si era assopita, si era addormentata. Ormai quando iniziano mostre nuove sono quasi abituato”.


Si interrompe un attimo per mostrarmi la copertina del catalogo della mostra di Antonio Ligabue “l’ultima mostra a cui ho lavorato” mi dice Giuseppe “che si è tenuta, da marzo a novembre scorso, al Castello di Conversano, che tra l’altro è il mio paese natale”.

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(Foto  Vito Lopriore)


“Quando inizia una mostra nuova” prosegue “perché ne faccio in media una all’anno, provo quell’emozione che accompagna la prima visita di ogni nuova mostra, ma non è paragonabile all’emozione che ho vissuto quando ho tenuto la prima visita guidata al Teatro Petruzzelli. È stato qualcosa di enorme per ciò che rappresenta per tutti quanti noi, per quello che rappresenta nel nostro DNA culturale, oltre la bellezza, la maestosità e la ricchezza del luogo, è qualcosa di eccezionale. Non so, se non riesco a descriverlo a parole” ammette “però, penso di aver reso l’idea, ero emozionato come un bambino, come il primo esame all’università”.


“Una cosa incredibile” continua, “è accaduta proprio il primo giorno, ho sbagliato perché sono entrato dall’ingresso principale, quello su Corso Cavour, proprio dal centro di Bari, quindi vederlo là dinnanzi a me è stato, da un punto di vista emotivo, un impatto incredibile”.
Solitamente, invece, l’ingresso per chi ci lavora avviene da un ingresso laterale, abbastanza anonimo, quello riservato agli artisti, ai tecnici. “E poi” mi confessa sorridendo “durante la prima guida ero incartato, non mi capitava da anni, non riuscivo quasi a parlare”.


All’orizzonte, poi, ha un altro progetto, a breve “inauguriamo una mostra nuova al Castello di Conversano. Dopo Ligabue, avremo una mostra su Marc Chagall (Chagall: Sogno d’amore – dal 20 aprile al 27 ottobre 2024 e protogata fino al 12 gennaio 2025 n.d.r) prodotta sempre da Arthemisia, che è la società italiana più importante che organizza mostre in Italia, in Europa e nel mondo”.


Il suo sguardo si illumina letteralmente quando parla del suo lavoro.


Oltre ai soliti, tra virgolette, tour” continua “che iniziano già da marzo, perché, come sai, gennaio e febbraio sono mesi un po’ morti per i tour turistici. Ormai abbiamo poche date libere, ma non pochi tour” precisa con la sincerità che lo caratterizza.


Ascoltandolo parlare dei suoi futuri progetti lavorativi, mi vengono in mente le parole di Josè Saramago: “Bisogna vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, veder di giorno quel che si era visto di notte, con il sole dove prima pioveva… la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui posti già dati, per ripeterli…”

Parole che sembrano descrivere perfettamente lo stile di vita di Giuseppe.


“Sono assolutamente d’accordo con lo spunto che mi stai porgendo e con Saramago” afferma Giuseppe “perché vivo quotidianamente queste esperienze, coprendo un territorio molto vasto che va dal Gargano a Santa Maria di Leuca e va a sconfinare, anche, nella vicina Basilicata con Matera, Lagopesole, Melfi, Venosa“.

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presso Manfredonia (FG) – Statua equestre di Re Manfredi

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presso De Finibus Terrae (ovvero “Ai confini della terra” ) – Santa Maria di Leuca (LE)

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sullo sfondo i Sassi di Matera

Poi i tour, soprattutto quelli di più giorni, come sai,” continua “non prevedono le stesse mete, ma mete diverse nell’arco di una settimana, quindi coprendo un territorio molto vasto, mi ritrovo a cambiare, quasi quotidianamente. Però, non ti nego, che ci sono dei periodi di alta stagione in cui Alberobello e Polignano, sono delle mete che mi capitano quasi quotidianamente“.

Ma ti posso assicurare” prosegue Giuseppe “che come sostiene Saramago, ogni giorno è diverso. Io potrei e in certi periodi accade, andare ad Alberobello anche ogni giorno, mi capita, infatti, di andarci 3, 4 o 5 giorni di fila, ma non è mai la stessa cosa. Cambia il pubblico, gli ospiti con cui ti vai ad interfacciare. Io per fortuna tenendo tour turistici anche in inglese, ho la possibilità di lavorare con persone anglofone che vengono da tutto il mondo. E, quindi, devi modulare il tutto in base agli ospiti. Ogni volta è sempre diverso, per le condizioni di luce, per le condizioni climatiche: molto molto caldo, molto molto freddo”.

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con il brutto tempo presso la Cattedrale di Trani

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A Trani in una giornata d’estate


Parlando con lui, hai la sensazione di trovarti davanti una persona in cui passione e professionalità convivono perfettamente.


Si sofferma, poi, a pensare al fatto di come il suo lavoro gli permetta di coprire tutto il territorio della Puglia.


“Per esempio” continua “è bellissimo andare ad Otranto in inverno. Otranto è una delle mie mete preferite, uno dei posti che amo di più, uno dei borghi più belli d’Italia, la città più orientale d’Italia. Otranto sembra, infatti, più in Oriente che in Occidente. Parla mediorientale, ma allo stesso tempo è anche continentale. È una città chiaramente mediterranea e, quindi, quando si va da aprile a ottobre c’è sempre tanta gente proveniente da tutto il mondo. Ma quando ci si va in periodi, come può essere dicembre, gennaio, febbraio e marzo, riesci ad apprezzarla ancora di più”.

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presso la Chiesa di San Pietro – Otranto (LE)


“Per non parlare poi di Alberobello o anche di Polignano stessa. Quando abbiamo avuto modo di fare il press tour insieme, non so se ricordi cosa vi dissi, che il periodo più bello per andare a Polignano è gennaio, febbraio, marzo e fare una passeggiata nella città vecchia, perché Polignano è bella da un punto di vista paesaggistico, però logisticamente è un borgo molto molto piccolo e, quindi, si satura immediatamente. Tu immagina io a volte con i gruppi di 50 persone, ho proprio difficoltà a muovermi in questo dedalo di viuzze, tanto che alcuni esercenti di Polignano quando mi vedono dicono che io sono uno di quelli che blocca, che, letteralmente, tappa le strade. E, quindi, mi hanno preso in antipatia” afferma ridendo.


“Invece, quando ho i tour individuali di due persone” aggiunge “soprattutto con americani oppure una famiglia di quattro persone è tutto molto più semplice da gestire, ma quando arrivi con un pullman di 50 persone logisticamente è un po’ più complicato. Però finora ce l’abbiamo sempre fatta” mi dice con una certa soddisfazione.

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tra i vicoli, a picco sul mare, di Polignano a Mare


Anche i cambiamenti climatici hanno influenzato il suo lavoro di guida turistica.

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presso la Basilica di Santa Croce – Lecce


“La Puglia è bella in tutte le stagioni” afferma con un pizzico di orgoglio “le stagioni, però, si stanno allungando molto e di conseguenza anche le stagioni turistiche. Quando ho cominciato questo lavoro, più di 15 anni fa, il periodo lavorativo era molto più ristretto e concentrato. Adesso, invece, parlo del settore turistico, in particolare dei walking tour, si lavora dieci mesi all’anno, magari si riposa un po’ a gennaio e febbraio, ma poi a marzo si riprende”.


“Quindi dieci mesi su due” continua “devo dire che è un buon risultato. Vuol dire che, negli ultimi anni, dal punto della vista della promozione abbiamo lavorato bene, ma anche il clima è cambiato. Ti dico la verità che qui l’inverno non si è fatto vedere, abbiamo avuto soltanto due giornate di forte tramontana, ma nulla più”.

A volte ci si avvicina a certe professioni quasi per caso, nel caso di Giuseppe, invece, l’arte ha fatto sempre parte della sua vita.


“Lo dico sempre” ammette Giuseppe “che per quanto mi riguarda, mi rispecchia appieno un modo di dire: il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero. E poi mi rifaccio a quello che diceva Freud, il padre della psicoanalisi e cioè che l’essere umano, alla nascita è un foglio bianco. Tutti gli stimoli che riceviamo da bambini, dagli zero agli otto anni, ci renderanno, gli uomini che saremo”.


Ricordando gli anni della sua infanzia ammette che “tutto è cominciato in famiglia, come spesso accade, perché mia madre amava dipingere e amava l’arte, la musica soprattutto. Per esempio da ragazzina, le sarebbe piaciuto moltissimo studiare musica, ma a causa delle condizioni economiche che caratterizzavano la Puglia negli anni Sessanta non ha potuto farlo. Però, ha fatto sì, che mia sorella studiasse pianoforte, oggi, è una professoressa di musica e di pianoforte”.


L’amore per l’arte è, da sempre, presente nella sua famiglia, anche suo fratello, Vito Lopriore, oggi, è un apprezzato attore e regista, oltre che sceneggiatore.


“E poi c’era mio padre,” si interrompe un attimo “per fortuna sono presenti tutte e due anche fisicamente, oltre che nella mente, nello spirito e nel cuore.


Poche parole, ma ricche di significato dalle quali traspare il profondo legame con i suoi genitori.


“C’era mio padre” continua “che aveva un’azienda di restauro lapideo e quindi, molto spesso, quando tornava da lavoro ed io magari ero a casa a fare i compiti oppure, in estate, quando tornava dai cantieri, mi diceva “vestiti, perché ti devo portare a vedere le cose belle.” Io un po’ indolente, perché ovviamente a quell’epoca ero un bambino, mi scocciava, mi pesava un po’ questa escursione, questa visita. Anche se ammetto che la mia prima guida turistica è stata proprio mio padre, che mi portava nei sottotetti delle chiese, sui tetti, nei cantieri. Mi ricordo questi cantieri e poi un grande odore di polvere”.

Una volta” ricorda “mi portò sul sottotetto di un palazzo rinascimentale nel centro di Conversano, dove lui stava curando i restauri, un palazzo del XV secolo che a Conversano, viene chiamato in dialetto U palazzu, cioè il palazzo per eccellenza della famiglia Accolti Gil, una famiglia nobile di origine aretina. Erano secondi solo ai conti di Conversano, dal quale potevo vedere il tetto della cattedrale di Conversano.”

E, poi,” aggiunge “mi portava a vedere questi cantieri con le volte a botte o stellate. Ero poco più che un bambino, un po’ indolente, ma ciò che mi hanno trasmesso quelle prime visite guidate, mano nella mano con mio padre, erano innanzitutto la sorpresa, l’entusiasmo, la meraviglia, la gioia di vedere qualcosa di eccezionale”.


Nel dire ciò i suoi occhi sorridono e, per un attimo, ti sembra di vedere quel bambino dietro l’uomo che è oggi.

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Ripensa, poi, ai primi viaggi che ha fatto nella sua vita “e, poi, chiudo questa parentesi biografica” prosegue “se inizio a pensare al viaggio nella mia memoria, i viaggi erano quelli estivi in famiglia: si partiva con la macchina e si andava a trovare i parenti del nord, i parenti emigrati, i parenti dell’altra Italia. E quindi andavamo a Firenze, a Roma, a Milano a trovare questi parenti che ci ospitavano, si usava fare questi viaggi così negli anni 80. Andavamo, a Firenze, agli Uffizi. A Roma, mi ricordo quando andai nei Musei Vaticani, ero un bambino, mi pesava entrare nel museo. C’erano tante opere d’arte, ovviamente non avevo i mezzi per poterle comprendere, però, ciò che mi accompagnava era sempre la sorpresa, la meraviglia e anche la stanchezza, perché il museo mi stancava. Adesso il museo è la mia casa, non la mia seconda casa” precisa.


“Io nel museo mi trovo perfettamente a mio agio” mi spiega “infatti, comincio come storico dell’arte. Poi, sono sceso per strada per i walking tour, ma il museo è la mia casa”.

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presso la Pinacoteca Paolo Finoglio – Castello di Conversano

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durante un walking tour presso il Ponte Acquedotto di Gravina in Puglia


E’ vero, i musei stancano perché, noi in poco tempo, dobbiamo vedere una quantità esorbitante di opere, ma la soglia d’attenzione media può durare dai 40 minuti ad 1 ora.


“I grandi musei” continua Giuseppe “ci distruggono perché le opere sono troppe, tantissime. Invece bisognerebbe fermarsi a vedere opere singolarmente, anche una soltanto. Se pensiamo alle pale d’altare dei grandi artisti, c’erano persone che passavano tutta la vita in chiesa a vedere sempre un’unica opera. E forse la percepivano, la capivano meglio di noi“.

“Invece” mi spiega con l’umiltà che lo contraddistingue, dote rara di questi tempi “i musei che sono sempre la casa delle Muse, con tutto il rispetto per il museo che è la mia casa, a volte sono diventati come dei grandi magazzini e quindi, oggi, il museo ci stanca, dovremmo, secondo me, dedicarci a guardare meno opere, per più tempo”.


Ci si ritrova, così, ad approfondire lo stato dell’arte nel settore turistico in Italia, gli domando, quindi, quale sia, secondo lui, la situazione attuale.


“Dal mio punto di vista, da operatore del settore” afferma “che lo vive ogni giorno, devo dire che, negli ultimi anni, anche da parte dei più giovani e dei ragazzi c’è la voglia di avvicinarsi, di vedere, di conoscere. Prima di essere qui con te, ero al Teatro Petruzzelli, come ti dicevo. E proprio oggi è venuto un gruppo di ragazzi delle superiori che stavano facendo un gemellaggio con i ragazzi Erasmus da altre parti d’Europa. Quindi ho dovuto fare la guida in italiano, ma anche in inglese per i ragazzi dell’Erasmus. Erano 30 ragazzi”.


“Come diceva Roberto Longhi, purtroppo,” continua Giuseppe “abbiamo trascorso degli anni, in particolare gli anni 70-80 e 90 in cui, mi riferisco al pubblico italiano, si era un po’ dissociato dal mondo della cultura, anche dal mondo dei musei. C’era stato, in generale, un allontanamento, però, oggi, anche, durante le mostre allestite a Conversano, vengono tante scolaresche e sono tutti entusiasti. Vedi, io non sono catastrofista, sono sempre ottimista e ti dico la verità che, negli ultimi anni, sto riscontrando una grande voglia e attenzione, soprattutto da parte delle nuove generazioni, più che degli adulti. C’è una grande voglia di arte, di cultura, soprattutto nei ragazzi, quelli stessi ragazzi che noi stigmatizziamo come quelli sempre col cellulare in mano, ma quando si va in mostra si toglie il cellulare perché bisogna vedere, bisogna conoscere”.

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presso il Castello di Conversano (Castello Conti Acquaviva d’Aragona)


Giuseppe guarda avanti con ottimismo “è vero, c’è stata una disaffezione negli anni passati, però, grazie, anche a personalità che hanno portato l’arte al grande pubblico, devo dire che, oggi, c’è un grande interesse, da parte dei professori, dei genitori, ma soprattutto da parte delle nuove generazioni che si avvicinano molto al mondo dell’arte. Questa cosa mi riempie di gioia, è qualcosa che sto vivendo quotidianamente, come è successo stamattina. Devo dire, anche una cosa, credo che negli anni ci sia stata una disaffezione perché il museo o l’arte venivano viste come qualcosa di noiosissimo, soprattutto dalle nuove generazioni, come capitava a me, quando ero piccolo”.

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presso la Pinacoteca Paolo Finoglio (Castello di Conversano)


Negli ultimi anni si è, anche, lavorato tanto per rendere il museo il più accattivante possibile e “ti faccio un esempio durante la mostra di Ligabue che, si è tenuta al Castello di Conversano, l’allestimento era eccezionale, davvero molto molto accattivante. Ligabue, lo sappiamo tutti, dipinge quasi esclusivamente e soprattutto animali. In questo allestimento c’erano dei peluche enormi che rappresentavano animali feroci, leoni, tigri, leopardi. Ecco, ora immagina questi enormi peluche al centro della stanza. Quindi i bambini, i ragazzi erano attratti da questi enormi peluche che non erano altro che delle opere di Ligabue in tre dimensioni”.


“Oggi” mi spiega Giuseppe “vanno molto di moda i nuovi allestimenti multimediali. Ti posso fare due esempi, sempre la mostra di Ligabue aveva una Magic Room, sulle sue pareti venivano proiettate le opere di Ligabue che si animavano. Quindi vedevi gli animali che si muovevano, sentivi i loro versi, i suoni. Un altro allestimento multimediale davvero molto bello è al Castello di Bari, dove viene raccontata la storia del castello, le sue origini, la storia di Bari, proiettata nelle sue varie stratificazioni. E poi nella sala di rappresentanza, quella di Federico II viene rappresentata la corte di Bona Sforza che è stata Duchessa di Bari nel 1500: una corte rinascimentale meravigliosa. Devo dire che con questi nuovi allestimenti, che fanno rivivere questi luoghi, c’è molta più attenzione, soprattutto da parte delle nuove generazioni”.


Giuseppe è un moderno cantastorie che attraverso le sue parole ti fa scoprire lo straordinario patrimonio storico, artistico e culturale della sua terra.
Come nei tempi passati, il cantastorie, portava nelle piazze storie antiche e nuove, oggi Giuseppe è la voce narrante del suo territorio, ne racconta l’unicità con la passione e la dedizione di come solo chi è nato in questa terra può fare, alla quale si aggiunge la competenza di un professionista.

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presso Piazza del Duomo – Lecce


Da profondo conoscitore della “sua” Puglia non posso fare a meno di domandargli quali siano i suoi luoghi del cuore.

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“Uno te l’ho già citato ed è Otranto” afferma “è la porta d’Oriente, quindi è come se fosse un’arteria che lega la Puglia all’altra parte del mare e quindi lì lo senti, lo vivi, la respiri. Senti, anche, che la Puglia è una rampa di lancio stesa nel Mediterraneo e proiettata verso l’Oriente, attraversata da tante dominazioni e da tante genti. Almeno io psicologicamente sento molto l’impatto di questa terra di mezzo che è la Puglia”.

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presso la Cattedrale di Otranto


“Poi” continua con la voce modulata di chi sa farsi ascoltare “un altro posto del cuore è sicuramente Conversano perché è la mia città, che mi ha dato i natali e magari se fossi nato in un altro paese non avrei fatto questo, perché Conversano è una città d’arte“.

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presso la Cattedrale di Conversano

Il primo approccio all’arte” prosegue “l’ho avuto con mio padre che mi portava sui cantieri di Conversano, ma mi ricordo, anche, i docenti che ho avuto alle medie, avevo un professore di lettere che ci portò a vedere dei quadri del Seicento ispirati alla Gerusalemme liberata, esposti nel Castello di Conversano. Prima, però, ci fece studiare, in classe, la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Mi ricordo, quando arrivammo davanti alla tela che raffigura la morte di Clorinda, che è il momento più alto di tutto il poema: lì il pittore, Paolo Finoglio, un caravaggesco napoletano, raggiunge l’apice della pittura poësis, cioè la pittura è come la poesia“.

Avrò avuto forse dodici anni,” continua “eravamo là a guardare il quadro, quando il professore mi chiese di recitare l’ottava che racconta la morte di Clorinda. Ora immagina il Tasso che parla del colore del viso di Clorinda mentre muore “ha il bianco volto asperso, / come a’ gigli sarai miste viole” dice di un bianco come di gigli misti a viole, e tu, lì, davanti alla tela, vedi il viso di Clorinda di un colore pallido come di gigli misti a viole: un momento altissimo”.


Nel far ciò Giuseppe modula la voce, dando alle parole una plasticità singolare, che ti permette quasi di cogliere quelle pennellate.


In più occasioni, durante delle visite esperienziali, organizzate presso il Castello di Conversano, Giuseppe ha potuto, con forte orgoglio, vestire proprio i panni del pittore Paolo Finoglio.

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E raccontare, ai visitatori, la vita e le opere di questo pittore che tanto ha influenzato la sua vita.

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“Poi” mi racconta “ho un paio di chicche che sono: una nel Gargano, l’Abbazia di San Leonardo in Lama Volare, a dieci chilometri da Manfredonia. Un luogo poco conosciuto, un’abbazia medioevale, dove c’era anche un ospedale, un ospizio per pellegrini e cavalieri crociati lungo la Via Micaelica che (da Roma n.d.r.) portava e porta a Monte Sant’Angelo, dove si trova il santuario micaelico più importante del mondo, che è quello di San Michele Arcangelo. Fondata dagli Agostiniani e, poi, ampliata dai Cavalieri Teutonici. Quindi parliamo di pellegrinaggio e di crociati, un luogo meraviglioso, sublime, dove c’è un portale scolpito che, secondo me, è uno dei più belli di tutto il romanico pugliese”.

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presso l’Abbazia di San Leonardo in Lama Volara

Qui si può assistere ad una suggestiva esperienza gnomonica (scienza che studia la suddivisione delle ore del giorno, mediante l’uso di proiezioni del sole su un piano, osservandone la traiettoria sull’orizzonte n.d.r.).
“Ha un rosone” continua “che nel solstizio d’estate, il 21 giugno, viene colpito esattamente da un raggio di sole che penetra attraverso un foro e forma una trattoria che va a colpire un punto preciso del pavimento: qualcosa di eccezionale”.


“Poi” continua “l’altro luogo, secondo me eccezionale, è nel Salento, a nord di Lecce, a circa dieci chilometri. L’Abbazia di Santa Maria di Cerrate, che è un luogo del FAI (Fondo Ambiente Italiano n.d.r.), un’abbazia antichissima medioevale, che, poi, diventerà una masseria fortificata. Una chiesa, in stile romanico pugliese, meravigliosa che parla latino perché è una chiesetta romanica. Però, all’interno ha degli affreschi bizantini e al suo interno viene celebrato anche il rito greco ortodosso, quindi vi è il rito latino e il rito greco ortodosso. E, poi, nei sottarchi che dividono le navate ci sono delle iscrizioni che inneggiano ad Allah Akbar. Quindi quel luogo era un luogo di passaggio, di transizione, un luogo importante delle vie di comunicazione che connettevano il Salento con Lecce ed Otranto che era il porto più importante”.

Questa abbazia” aggiunge “era un luogo dove le tre principali etnie e religioni monoteiste del Mediterraneo potevano pregare insieme, vivere insieme pacificamente. Ecco, questa è un’altra prova di quanto la Puglia sia una terra di confine. E, quindi, questo è un altro luogo sublime, meraviglioso”.

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presso l’Abbazia di Santa Maria di Cerrate


Giuseppe riesce a farti viaggiare anche rimanendo dietro lo schermo di un telefono. Attraverso le sue parole ti prende per mano e ti porta a scoprire, con gli occhi di chi li ama, luoghi di rara bellezza e te li racconta con il cuore, trasmettendoti tutta la sua passione.


Riesce, infatti, attraverso la sua voce e la sua mimica, a coinvolgerti nella storia e farti apprezzare i particolari.


“E se, invece, fossi tu una destinazione pugliese, quale saresti?” gli domando incuriosita.


“Allora” qualche secondo di silenzio “sarei,” aggiunge “perché ne sono particolarmente affezionato, Alberobello. A parte perché è situato nel cuore della Puglia ed è l’area geografica dove sono nato, quindi, rappresenta le mie radici. E poi perché Alberobello ha una grande storia. Sembra il paese dei balocchi, ma in realtà ci racconta, una storia davvero interessante, una storia di resilienza. È la storia della civiltà contadina, che non aveva alcun diritto in quella città, non avevano neanche un nome, infatti, era un popolo senza tempo e senza storia. La civiltà che, poi, ha trasformato la mia regione col suo duro lavoro. “Perché ci sono particolarmente affezionato?” Per i suoi colori, per le sue case di gente semplice, di pastori e contadini che sono il frutto del lavoro della civiltà contadina”.

Ogni volta” continua Giuseppe “che vado ad Alberobello, anche se ci vado spesso, mi emoziona sempre perché mi parla delle mie radici. Infatti Alberobello viene anche definita come un esempio di umanesimo della pietra (espressione coniata da Leonida Repaci per definire il singolare paesaggio antropizzato della subregione pugliese n.d.r).


“E, poi,” prosegue “perchè rappresenta la civiltà contadina, le mie origini, tutti e quattro i nonni erano dei contadini”.

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presso il Belvedere Santa Lucia – Alberobello


Giuseppe è profondamente orgoglioso delle sue radici e della sua terra, la Puglia, una terra particolare a partire dal paesaggio: gli ulivi, i muretti a secco, il mare e la sua luce, capace di creare quel forte impatto visivo.

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presso il Giardino Botanico Lama degli Ulivi (Monopoli)


Vivendo una vita in viaggio, gli chiedo che tipo di viaggiatore sia, se ami programmare i suoi viaggi oppure se preferisca vivere a seconda degli avvenimenti.


“No, no” mi risponde sorridendo “seguo gli avvenimenti, perché passo tutto il resto della mia vita, delle mie giornate a programmare i viaggi per gli altri, tanto che i miei amici, con cui viaggio, lo sanno. Per me il viaggio è libertà. Una frase che ripeto spesso a loro è “facciamo ciò che volete.Ho un programma a grandi linee, ovviamente per non andare proprio così alla rinfusa. Però nessun programma, non voglio vedere neanche l’orologio, infatti, lascio fare agli altri. Però, gli amici, con i quali viaggio, sanno che ci sarà sempre qualche momento di racconto, quando andiamo a visitare qualcosa. Loro non mi forzano né mi chiedono, però lo sanno che, poi, in un certo momento si accende in me la lampadina e sicuramente gli devo raccontare qualcosa. Però, no, non organizzo nulla, solo partenza e rientro. E, a grandi linee, quello che devo fare, ma ho bisogno di non programmare nulla, visto che programmo già per dieci mesi all’anno”.


Chiedo, quindi, a Giuseppe se questo suo bisogno di non programmare lo spinga a ricercare, comunque, una vacanza attiva oppure se preferisca, visto che per lavoro è sempre in viaggio, concedersi giorni di totale relax.

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sul lungomare di Monopoli durante un city bike


“Mi stai proponendo una riflessione, devo dire alquanto giusta. Cerco di far convivere i due aspetti, cioè quello del relax, dell’abbandono completo a quello dell’escursione, perché per come sono fatto, dopo due, tre giorni di completo relax, mi annoio. Anche se avrei bisogno, stando in giro per dieci mesi, di almeno dieci giorni di siesta. Però, non riesco e, quindi, ti dico che ho trovato una buona soluzione, tra questi due aspetti, è il mondo delle crociere, perché già stare in mare stacca dalla terra, stacchi completamente. Poi, in crociera, anche se le navi sono modernissime, dei luoghi in cui vince la tecnologia e l’ingegno dell’uomo, ciò che comanda è sempre il mare e, quindi, già questa cosa mi piace, che sia la natura a dettare i tempi”.

E’ qualcosa che mi dà un senso di libertà” continua Giuseppe “lì, ho trovato un buon compromesso perché in crociera ci sono due, tre giorni di navigazione e, quindi, io mi abbandono completamente, mi lascio coccolare dal mare. Però, poi, c’è l’escursione. Dormi una notte, il giorno dopo ti svegli in un altro luogo. Allora, quando c’è l’escursione la mattina, mi inizia a prendere una febbre adrenalinica e devo scendere dalla nave. E, poi, sarà per deformazione professionale, ma sto sempre davanti con la guida. La guida va avanti, io sto al suo fianco, devo essere il primo della fila, è più forte di me” mi svela sorridendo.


“Ho bisogno di un viaggio che abbia entrambi gli aspetti” continua “quello dell’abbandono, del relax e quello del movimento e dell’esperienza, perché mi piace vedere, conoscere posti nuovi, culture nuove, assaggiare cibi diversi”.


In fondo credo che Giuseppe abbia un’anima gipsy che ami viaggiare non solo per lasciarsi influenzare da culture diverse, ma soprattutto per vivere emozioni autentiche.

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E’ un sognatore con i piedi ancorati alla sua terra, alle sue origini…

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…ma con lo sguardo rivolto alle stelle
!

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di notte tra i vicoli di Polignano a Mare


Profondamente convinto che l’arte sia l’unico modo per levarsi dalla quotidianità
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Sul finale della chiacchierata un’ultima domanda “Qual è un paese che ti piacerebbe visitare?”


Mi piace molto Tenerife, ci sono stato l’anno scorso e sono stato molto bene, è un luogo che mi ha colpito, che mi trasmette una pace incredibile. E, quindi, vorrei tornarci” mi confessa.

“E, poi, un altro luogo in cui vorrei andare, non ci sono ancora mai stato è la Turchia, in particolare Istanbul. Perché lì ho molti amici, molti ragazzi, miei coetanei, che lavorano nell’ambito turistico che ho conosciuto qui in Puglia, quando venivano con dei gruppi ed io ho fatto loro da guida per molti anni. Quindi mi piacerebbe andare in Turchia e rivedere questi carissimi amici e, poi, mi piace molto l’idea di andare a Istanbul, perché Istanbul non è altro che la Roma del Medio Oriente”.

“Istanbul” continua “è una grande capitale. Anche se conoscevo già la sua storia, l’avevo sfiorata nel corso degli anni, ma questa cosa me la fece conoscere e capire un capogruppo turco, Nihat (Nicola), il quale mi parlava in termini entusiastici di Istanbul, la sua città, raccontandomi che Istanbul è come Roma, in fondo non ha torto,” mi spiega “perché è stata la capitale del Sacro Romano Impero d’Oriente ed è vissuta storicamente molto più di Roma. Quindi andare in una Roma due, per me, sarebbe un’esperienza incredibile”.


Se chiudo gli occhi per un attimo, lo vedo già, con i suoi immancabili occhiali da sole, un piccolo zaino sulle spalle e quell’irrefrenabile curiosità verso il mondo, camminare tra le strade di Istanbul, crocevia di culture e storia.


Il tempo scorre sempre troppo velocemente quando si sta in ottima compagnia ed è già tempo di salutarci.


Credo, però, che vi sia un filo invisibile che lega i viaggiatori e, quindi, so che ci rivedremo, magari, tra le vie lastricate di un borgo pugliese a parlare di sogni, progetti e viaggi futuri.


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